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| Titolo: | Aiko | 
| | Autore: | soffiodargento | | Personaggi: | - | | Genere: | Romance, PG | | Warning: | nessuno | | Capitolo: | 1 | | Pubblicata: | 04/09/2005 | | Ultimo aggiornamento: | 04/09/2005 | | Completata: | Sì | Autrice: Soffio d’argento Serie: nessuna, è un original. Rating: non saprei... sono proprio una frana ^^. Capitolo: primo o forse unico. Declaimers: i pg sono miei e solo mie *_*! Naturalmente non ci guadagnano -///-. Note: è la mia prima yuri in assoluto. Non so perché l’abbia iniziata, so solo che ho seguito la scia di un pensiero e l’ho immaginata passeggiando. Dediche: alla sis, sperando che abbia il coraggio di leggerla ^^.
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"Sai cosa significa il mio nome nella mia lingua?" Alzai lo sguardo dalla rivista che stavo leggendo distrattamente e la guardai perplessa. Aiko stava ancora leggendo un manga in lingua originale. Era distesa accanto a me sul gran letto matrimoniale e masticava un bastoncino di liquirizia. Era la prima volta che mi parlava apertamente di qualcosa che riguardava il suo passato. Senza attendere una risposta e senza neppure sollevare lo sguardo dal manga, mi disse:
"Frutto dell’amore. Non credi che sia un bel nome?"
Mi sollevai sui gomiti per guardarla meglio. Indossava degli short gialli, di quel giallo che nella luce abbagliante del sole diventa quasi bianco, e una camicia di lino bianca. Era supina e le gambe, piegate sulle ginocchia, ciondolavano avanti e indietro come il collo di un serpente. "E questo da dove ti esce?"
"L’ho letto su questo manga e mi è venuto in mente. La protagonista si chiama come me." Tornai a guardare la rivista che avevo tra le mani. L’articolo che, svogliatamente facevo finta di leggere, parlava delle relazioni omosessuali. Soffocai uno sbadiglio con la mano destra, mentre con la sinistra continuavo a sfogliare il giornale. "Non capisco perché compri questi giornali se poi non ti piacciono." "Non ho detto che non mi piacciono, è solo che mi annoiano dopo un po’." "Cioè dopo averli aperti. Ti va del tè?" Quando conobbi Aiko, lei lavorava in un bar con sala pub nelle ore notturne. Ero andata lì per festeggiare il mio compleanno con alcuni amici e la notai subito. Sembrava piccolissima dietro il bancone del bar. Agitava con estrema leggerezza lo shaker e sembrava avere un discreto successo con i ragazzi che frequentavano abitualmente quel locale. Indossava una camicia bianca e dei pantaloni neri, niente d’eccezionale quindi, ma che indosso a lei sembravano d’oro. La musica di sottofondo era molto bassa, a volte veniva sovrastata dal vociare sommesso dei tavoli vicini. Non so perché ma in un primo tempo non riuscii a toglierle gli occhi di dosso. Mi chiedo adesso se già non fossi caduta nella ragnatela del fascino che riusciva ad emanare. Aveva i capelli rossi, così accesi da sembrare fuoco vivo, e un trucco forse un po’ troppo pesante, ma che le conferiva l’aria di una bambolina di porcellana. Quando, forse richiamata dal mio sguardo incessante, sollevò gli occhi verso di me, per un attimo mi sentii persa. Era come se fossi stata attraversata da una leggera ma incessante scarica elettrica. Mi chiesi se non fosse quello ciò che si prova ad innamorarsi di una persona. Quasi avesse capito il mio smarrimento, mi sorrise, come a volermi dire: non preoccuparti non è successo nulla. Eppure qualcosa era accaduto. Quella sera bevetti davvero molto. Ero così brilla da non capire chi fossi e dove mi trovassi. I miei compagni ridevano di me, ma di questo ben poco m’importava. Era la prima sbronza della mia vita e il mal di testa che ne sarebbe seguito lo avrei ricordato sempre, ogni volta che mi fossi accinta a bere qualcosa d’alcolico. Quella sera uscimmo dal locale che era quasi mattino. Girovagammo in cerca d’aria per un’oretta, poi, quasi fossi stata chiamata da qualcosa, mi ritrovai davanti al pub. In quel momento uscì lei, di corsa e mi venne vicino. Mi spostò con la sua mano sinuosa una ciocca di capelli che mi ricadeva sul viso e mi sorrise. Mi disse solo che sapeva che sarei tornata lì, per lei. Mi prese per mano e mi accompagnò a casa mia. Le auto che, facendo rumore, ci passaro accanto nel silenzio della notte, sembrarono lucciole ai margini del bosco.
"Il the è pronto. Ti ho portato pure dei cioccolatini." Aiko aveva, a mio avviso, un fascino innato. Apparteneva a quella categoria di persone che possedeva dentro di sé un po’ di magia. Non aveva il potere della telecinesi, non si spostava da un luogo all’altro fluttuando nell’aria, ma ogni suoi gesto sembrava far brillare mille luci colorate. Mi ricordava quei personaggi dei cartoni animati che vedevo da bambina, dagli occhini grandi e dalla vita incredibile. Aveva un viso piccolo, ma con lineamenti aggraziati, la pelle era così liscia che avrebbe benissimo potuto fare la modella per una marca di cosmetici, invece di lavorare in quel bar.
"Stavi pensando a quel giorno, vero? Al giorno in cui ci siamo incontrate." Questo è quello che io definisco magia. Sapeva leggere il mio pensiero in qualsiasi momento della giornata, persino la notte.
A volte mi capitava di fare degli strani sogni che mi mettevano dentro un’angoscia così grande da forzarmi a svegliarmi. Allora mi alzavo silenziosamente dal letto e aprivo la finestra. Il rumore della città assonnata entrava prepotentemente nella piccola stanza. I pensieri delle persone che dormivano nel nostro stesso palazzo fluttuavano come fantasmi nelle strade della città e mi pareva di scorgere, in ogni sogno che assaporavo, una nota lontana di malinconica tristezza.
In quelle notti rimanevo sveglia fino all’alba, perché addormentarmi diventava impossibile. La finestra aperta lasciava entrare i pensieri di chi viveva o passava nelle vicinanze e questi si intrufolavano nei miei pensieri, prendendone possesso. Così mi capitava di pensare a cose stupide, come, per esempio, sarebbe stato il tempo giorno dopo, oppure se nel cioccolato mettevano davvero tutte quelle sostanze pericolose, gli OGM. Pensieri che a me erano estranei ma che, in quel momento, sembravano appartenermi più del colore dei miei capelli.
Quando la mia mente aveva assorbito tutta l’oscurità della notte, allora provavo ad alzarmi e la vedevo. Aveva gli occhi aperti e mi guardava con dolcezza. Il chiarore del lampione all’angolo le illuminava i fianchi avvolti dal lenzuolo e il suo sorriso brillava come quello delle bambole di porcellana. Allora mi allungavo verso di lei e mi sdraiavo di fronte. E restavamo così. A guardarci. Tutta la notte. Finché i nostri occhi si chiudevano e ci riaddormentavamo, con le mani strette.
Dormire assieme a lei mi riempiva di serenità.
Era un’altra delle sue magie: infondere serenità. Era una sensazione talmente forte da legarti a lei con un solo sguardo.
Mi piaceva dormire assieme a lei. Il suo respiro che si mescolava al mio. Il profumo dei suoi capelli morbidi. Le sue dita piccole e affusolate che stringevano le mie. Le sue labbra che sapeva di fragola. Mi piaceva tutto di lei. E questo mi terrorizzava. Ne ero quasi ossessionata, come non potessi farne a meno. Non avevo mai provato stati di dipendenza in passato, non avevo mai fumato, né provato droghe di alcun tipo, eppure provavo qualcosa di simile quando stavi con lei. Ero dipendente da lei, quasi a livello maniacale.
Mi capitava spesso di pensare ad Aiko, anche quando lei era con me. Chissà se le piacerà… chissà cosa direbbe Aiko… chissà come le starebbe…. Aiko… Aiko… Aiko.
A volte la odiavo, tanto ne ero presa. La odiavo perché mi faceva stare così, sospesa fra il mondo e il sogno. Incerta, debole, vulnerabile. Tutte sensazioni che, fino ad allora, non avevo provato, o almeno non nello stesso momento.
Era come un tifone, che spazzava via ogni mia certezza. Come un uragano, che faceva strage di me e dei miei sentimenti. E come il sole, che tornava dopo la tempesta delle mie emozioni. Come il sole che splendeva e mi riscaldava. Il punto fermo attorno al quale ruotava tutta la mia vita.
Aiko….
Quando era lei a pronunciarlo assumeva un suono particolare, come il rumore di un campanellino.
Aiko…. Amore…. Due parole che, inevitabilmente, mi riportavano alla stessa persona.
Un suono, sue sillabe, un universo intero. Pieno di stelle e pianeti, luci e oscurità.
Aiko non mi parlava mai del suo passato. Non sapevo cosa ci facesse qui, né chi fossero i suoi genitori. Sapevo che ogni volta che provavo a farle qualche domanda, si mordeva le labbra e capivo che non era ancora il momento. Lei allora si alzava e andava ad accendere la tv. So che non guardava nulla, ma che, in quel momento, cercava di respingere una parte di se stessa che avrebbe voluto dimenticare, una parte del suo passato che avrebbe voluto cancellare. E io mi sentivo colpevole, perché nonostante la sua sofferenza che mi dava dolore, avrei voluto scoprire di più, avrei voluto farle domande su domande. Avrei voluto scavare in quel pozzo profondo nascosto dietro il suo sguardo sfuggente.
In quei momenti non sapevo che fare.
A volte mi sedevo accanto a lei, semplicemente. La guardavo cambiare canale in continuazione.
Altre volte mi alzavo ed uscivo. Il rumore della città attutiva quello della mia coscienza. Dimenticavo le domande che volevo farle e mi sentivo meglio.
Altre, invece, restavo a guardarla.
Mi sentivoo incapace di agire.
Avrei voluto che vi fosse un manuale in proposito. Avrei voluto sapere cosa fare, cosa dire, ma finivo sempre per agire nella maniera sbagliata.
Avrei voluto che fosse solo mia, con ogni suo pensiero ed ogni tassello del suo passato. Ma mi accorgo che non si può possedere una persona. La si può amare, le si può stare vicino nei momenti di sconforto, si può ridere con lei, ma non si può possederla. Per quanta sincerità possa esserci in un legame, la persona che ami non si concederà mai del tutto a te, terrà sempre, in un luogo segreto, una parte di lei che non vuole farti conoscere.
Aiko mi nascondeva il suo passato.
Ogni giorno mi imponevo di aspettare, di darle il tempo. Ma il tempo per cosa? Cosa nascondeva? Da cosa vuoleva tenermi lontano?
Aiko aveva conosciuto i miei genitori l’estate prima, per caso.
Non mi aveva mai chiesto di conoscerli, né mai io ne avevo sentito l’urgenza. Volevo che accadesse spontaneamente.
Un giorno eravamo andate al mare, sugli scogli.
Ricordo che, quel pomeriggio, il cielo era grigio e non prometteva nulla di buono. Un temporale estivo, probabilmente, ma la pioggia mi mette di cattivo umore e di uscire non avevo proprio voglia. Lei aveva insistito così tanto che, temevo, si sarebbe messa presto a piangere. Aiko non chiedeva mai nulla per sé, quindi le rare volte che accadeva, e con tanta insistenza, non potevo che assecondare ogni suo capriccio.
Avevo preso le chiavi della macchina e c’eravamo allontanate dalla città.
C’è un luogo, distante qualche chilometro dalla periferia cittadina, che lei amava in maniera particolare. In primavera ci andavamo spesso e anche in estate, quando il sole non picchiava troppo forte. È un angolo di mare facilmente raggiungibile tramite un viottolo scavato fra gli scogli.
La marea è sempre alta e gran parte degli scogli è, quasi sempre, immerso, in quei casi scendevamo finché era possibile e restavamo a guardare il mare, forse un po’ deluse. Ma a volte capita che la marea si abbassasse e allora potevamo percorrere quella parte di viottolo che, prima, le acque ostruivano e allontanarci dalla scogliera. Per quanto fosse pericoloso, ci sedevamo sui massi prospicienti il mare e lasciavamo che le sue acque, nella lenta carezza del vento, arrivassero a lambirci le caviglie. Allora Aiko cantava, una canzone che non capivo ma che mi metteva dentro una tristezza sconosciuta. Cantava nella sua lingua, sempre la stessa canzone.
“E’ il mare.”
Mi diceva sempre sorridendo.
Il mare, allora sussurravo, ma poco importava. In quei momenti mi veniva da piangere.
Non le ho mai chiesto il significato di quella canzone. Forse se lo avessi fatto mi avrebbe risposto, ma il terrore che reagisse come sempre mi faceva desistere.
Sono i momenti in cui la mia incapacità di essere una persona vera, mi fanno credere di essere inutile, e forse lo sono davvero.
In fondo che cosa ero? Che cosa avevo? Un lavoro che mi soddisfava poco, una famiglia che credeva fossi del tutto impazzita, un pesce rosso che diventava più chiaro ogni giorno che passava.
A pensarci bene, l’unica cosa importante della mia vita era lei. Era l’equilibrio, la colla che teneva unite tutte le me stesse che, altrimenti, sarebbero fuggite lontano, lasciandomi nell’oblio. Era il filo che non si spezzava, la sanità nella mia pazzia di vivere.
Quel pomeriggio di metà estate incontrai i miei genitori.
Eravamo appena tornate dalla scogliera e stavamo cercando un parcheggio vicino al ristorante indiano in cui andavamo spesso. Avevo appena finito di parcheggiare, quando avevo visto mia madre venirmi incontro. Indossava un vestito di lino bianco, di quelli che avevo sempre odiato e che la faceva assomigliare più ad una lampada che ad altro. Aveva anche quel cappellino rosso che le avevo regalato l’estate prima e dei sandali dello stesso colore. C’era anche mio padre con lei.
È stato un momento strano.
Al principio non ci siamo neppure parlati. Ci siamo limitati a guardarci.
Mio padre fissava ostinatamente il suo sguardo su di me, con quel cipiglio severo che mi aveva sempre mostrato da bambina, anche se adesso non lo ero più. Mi osservava e io lo sapevo, potevo leggerglielo negli occhi, mi rimproverava. Ero la vergogna della famiglia, lo sbaglio incomprensibile. Anche Ai lo aveva letto, mi aveva preso la mano e l’aveva stretta forte.
Mia madre aveva gli occhi rossi.
Non li vedevo da quando, un sabato mattina, durante la colazione, avevo rivelato alla mia famiglia che sarei andata a vivere con Aiko, la mia compagna.
Quanto tempo era passato?
Mia madre mi aveva gettato le braccia al collo e mi aveva abbracciato, senza dire nulla.
La sentivo piangere sommessamente, non so se per gioia o per dolore, e aveva sentito mio padre chiamarla con stupore. Io l’avevo abbracciata con la mano libera, senza lasciare quella di Aiko, poi l’avevo trascinata in una stradina secondaria e lei si era staccata.
“Mi dispiace” aveva detto: “Sono proprio una scocciatura le vecchie madri, eh?”
“Non sei poi così vecchia, ma una scocciatura sì.”
E lei aveva riso e io avevo sentito il mio cuore sciogliersi.
Perché eravamo giunti a tutto quello? Quando lo sapevo e conoscevo anche la causa scatenante, ma perché era accaduto, perché c’eravamo allontanati, perché i miei fratelli e le mie sorelle rifiutassero anche solo di rivolgermi la parola, per me restava ancora un mistero.
Un anno. Era trascorso un anno da quella mattina in cui tutto il mio mondo finora conosciuto era andato in pezzi. Cinque minuti solamente.
“Lei è…?” mi aveva chiesto imbarazzata, come se si fosse accorta solo in quel momento della sua presenza.
Lo sai, mi dissi, sai chi è. Perché fingi di non capire?
“E’ Aiko” risposi comunque.
Lei le sorrise e le porse la mano. Mia madre l’accolse fra le sue, ma mio padre si rifiutò di accettare persino il significato di quel gesto.
Del resto della conversazione ricordo ogni singolo gesto, ogni parola e ogni espressione.
I miei fratelli e le mie sorelle non mi parlano ancora. Anche loro, come nostro padre, si volta dal lato opposto quando mi incontrano per strada.
Mia madre, invece, venne a trovarci, qualche mese dopo. Fece un giro della casa, parlò con Aiko di arredamento e si accomodò a prendere il tè.
Ai quel giorno aveva comprato dei pasticcini deliziosi.
Ogni tanto mi telefonava e lo stesso facevo io, al cellulare. Le prime volte si imbarazzava a parlare con Aiko e, quando a casa trovava solo lei, le conversazioni si chiudevano in breve. Poi invece mi capitò sempre più spesso di sentirle parlare al telefono, del tempo, della giornata trascorsa. E questo mi rese felice. Sapere che almeno mia madre mi sosteneva, anche se non mi capiva, mi faceva sentire meno triste.
Avevo Aiko, è vero, ma avevo avuto anche loro e sapere di non poterli avere più lasciava, dentro me, un vuoto a volte incolmabile.
Delle volte mi capita di sognarli e incontrarli il giorno dopo. Quando li vedo irrigidirsi e voltarsi indignati dal lato opposto, non posso fare a meno di pensare… è davvero con loro che ho condiviso gran parte della mia vita? Sono stati loro il mio fulcro?
Non mi pensano? Non mi hanno mai sognato neppure una volta?
Si può smettere di amare una sorella?
Quel giorno lasciammo i miei genitori presto. Sentivo l’impazienza di mio padre premere fra di noi e soffocarmi. Sentivo l’imbarazzo di Aiko. E non potevo non ascoltarli.
Al ritorno dal ristorante Aiko si andò a sdraiare sul letto.
“Hai una bella famiglia”
“Avevo.”
“La famiglia resta. Nel bene o nel male è l’unico legame che non puoi scegliere e non puoi cancellare. Un giorno capiranno e se non lo faranno ci sarò sempre io con te.”
“Sempre?”
“Sempre.”
“E’ una promessa?”
“E’ una promessa.”
Le sue dita affusolate disegnarono cerchi immaginari sulla mia schiena. Nella camera in penombra, illuminata solo dalle luci esterne, Aiko mi parve come un’apparizione, un sogno. Chiusi gli occhi cullata dalle sue carezze e mi addormentai.
L’ultima cosa che ricordo è il suo respiro sul mio collo e il suo corpo caldo accanto al mio.
“Dove ti ha portato la tua mente? Lontano da me?” mi chiese sorseggiando il tè.
“Pensavo” le dissi allacciando le sue dita alle mie.
“Quando pensi ti allontani e mi lasci sola.”
“Sei la solita sciocca Aiko.”
Lei mi sorrise, di un sorriso triste, malinconico.
“Finché sarai con me, io sarò felice.” mi disse appoggiando la testa sulla mia spalla: “Non lasciarmi andare. Non gettarmi via.”
“Perché dovrei?”
“Ho sempre paura che tu possa stancarti di me e…”
“Finché sarai con me non avrò bisogno di nulla. Sei tu tutto ciò che cercavo.”
“Starai con me sempre?”
“Sempre.”
“E’ una promessa?”
“E’ una promessa.”
Le passai una mano fra i capelli, nel gesto che riusciva sempre a rilassarla. La sentii tremare un attimo e poi respirare in profondità.
Aiko era come me e come me lei aveva paura. Paura di restare sola, paura di perdere tutto… paura di perdere me, come io lei.
Il futuro… per quanto ci pensassi costantemente mi limitavo a vivere il presente, eppure se chiudevo gli occhi e cercavo di immaginarlo, nel buio totale della mia mente, solo una figura brillava chiara, ed era Aiko.
Fine
Note finali: questa storia è nata un anno fa, mentre passeggiavo per le vie di Siracusa, riscaldata dai raggi del sole. Era primavera, credo, ma non ne sono sicura, la mia memoria è come una barca che affonda. Solo adesso sono riuscita a completarla, ma anche questo motivo mi è oscuro. L’avevo pensata come una piccola serie, ma non sono brava con le yuri, in effetti questa è la mia prima (e forse ultima?), quindi non so che fare. Merita un continuo o pensate sia meglio troncarla qui? Voi che ne dite?
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