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| Titolo: |
If this is love |

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| Autore: |
Yurika |
| Personaggi: |
Gojyo e Hakkai |
| Genere: |
Romance, Yaoi |
| Warning: |
VM18 |
| Capitolo: |
1 |
| Pubblicata: |
28/05/2005 |
| Ultimo aggiornamento: |
28/05/2005 |
| Completata: |
Sì |
SERIE: Saiyuki
PAIRING: GojyoXHakkai
RAITING: NC-17
DISCLAIMERS: i personaggi appartengono a Kazuya Minekura
SPOILERS: sì se leggete il manga e non avete mai visto la serie animata. Si parla del passato dei due protagonisti
DEDICA: a cugi Arual per il suo compleanno. So che è orribile e non rende giustizia alla splendida persona che sei, ma sto passando un periodo di totale mancanza d’ispirazione e questo è il meglio che sia riuscita a racimolare. Auguroni cugi TVTTTTTTTB
IF THIS IS LOVE
di Yurika
Il cinguettio degli uccelli faceva da sottofondo alle sue inconsistenti riflessioni. La sottile tenda tirata sulla finestra spalancata si muoveva leggera al ritmo della brezza che soffiava dolcemente andandogli a scompigliare i lunghi capelli color del sangue. I pallidi raggi del sole morente colpivano a tratti i suoi occhi stanchi per le troppe serate ‘brave’ passate a bere e fumare nelle locande in cui giocava a carte per il gusto di spennare i poveri polli di passaggio che ancora si fidavano dell’onestà di chi affermava a gran voce di voler fare una partita, giusto per scacciare la noia e niente più.
Un forte acciottolio di stoviglie lo riscosse giusto il tempo di voltarsi su un fianco dando le spalle alla porta e di sbuffare per cercare di ricacciare indietro una ciocca impertinente.
Erano ore che stava sdraiato su quel letto senza muoversi e fra poco l’irritante moretto che si era installato a casa sua sarebbe giunto a trascinarlo in cucina costringendolo a mangiare.
‘L’irritante moretto che si era installato a casa sua’. Che ignobile bugiardo era! Come se Hakkai si fosse piazzato nella sua proprietà senza nemmeno chiedergli il permesso! Invece era stato lui a volerlo, a cercarlo, a disperarsi quando credeva di averlo perduto per sempre.
Tutto per cosa? Solo per via di quegli occhi. Occhi che, durante il loro primo incontro, lo avevano guardato, chiedendogli disperatamente di morire. Eppure, allo stesso tempo, sorridevano. E sorridevano a lui. Un sorriso dolce, di simpatia, d’intesa, quasi. Un sorriso che l’avrebbe accompagnato per il resto delle sue notti e delle sue veglie.
Lo aveva portato a casa sua e da allora non se n’era più andato. Beh, a parte il periodo in cui Sanzo gli aveva fatto credere che fosse morto, condannato per i suoi crimini. La volta in cui Gonou era diventato Hakkai. Il suo Hakkai.
Gojyo sbuffò nuovamente e si portò i capelli dietro l’orecchio in un gesto irritato.
Che razza di pensieri che gli venivano! Hakkai… suo? Ridicolo!
Hakkai non apparteneva a nessuno, proprio come lui. Forse, una volta, era appartenuto a quella donna, Kanan. Ma ora lei era morta e lui era rimasto solo.
Questo dimostrava una volta di più che nessuno appartiene a nessuno, perché se quella donna gli fosse appartenuta veramente non avrebbe optato per una morte tanto atroce al posto di scegliere lui. Non avrebbe intrapreso la strada più semplice lasciandolo a combattere contro il dolore, il senso di colpa e il vuoto che pian piano si stavano impadronendo del suo cuore e della sua mente.
A volte Gojyo si chiedeva cosa ne sarebbe stato di Hakkai se non l’avesse trovato in quella notte di quasi un anno prima. A volte Gojyo si chiedeva davvero che fine avrebbe fatto e una morsa terribile gli contraeva il petto dolorosamente. Altre volte si domandava cosa avrebbe fatto lui se non avesse mai incontrato Hakkai.
“Niente, assolutamente niente” mormorò ad alta voce e un ghigno di sofferta allegria gli si dipinse sul bel viso.
Ma, in fondo, quello non voleva dire poi molto. Del resto, non è che gli importasse più di tanto. Era da tanto tempo che non gli importava più di niente.
La loro convivenza all’inizio era stata all’insegna della circospezione. Passavano giornate intere a studiarsi, cercando di capire se la simpatia reciproca che avevano provato all’inizio l’uno per l’altro fosse solo frutto di uno slancio estemporaneo o se fosse invece basata su una reale affinità.
Ben presto si accorsero che non era difficile accordare le loro diverse abitudini. Hakkai si occupava della casa, s’intratteneva con i vicini, faceva la spesa mentre Gojyo s’impegnava in lavoretti saltuari e, la sera, si chiudeva in una delle locande circostanti per arrotondare le loro entrate con il gioco d’azzardo.
Quando Gojyo tornava a casa c’era sempre Hakkai ancora in piedi ad aspettarlo. All’inizio la cosa lo lasciava perplesso, ma in seguito non ci fece più caso, facendo rientrare anche quello in uno degli aspetti dell’abitare con un’altra persona.
Vivevano bene, tranquillamente, divertendosi. Poi erano cominciati gl’incubi.
Una notte, Gojyo fu svegliato da dei lamenti. Ancora intontito dal sonno che gli appesantiva le palpebre, ci mise un po’ a capire da dove provenissero. Infine, il suo orecchio riuscì a localizzare la fonte di quei singulti.
La stanza accanto. La stanza di Hakkai.
Si alzò accostandosi alla porta dell’amico, non ben sicuro di cosa sarebbe stato meglio fare. Forse Hakkai non avrebbe gradito un’intrusione da parte sua nel sogno che stava vivendo o, più precisamente, nella vita che stava ricordando. Probabilmente non c’era spazio per lui lì.
“Kanan… non lasciarmi… Kanan… NO!!!”
l’ultimo grido sembrò svegliare il giovane demone che ansimò pesantemente facendo frusciare le lenzuola.
L’attimo era passato, Gojyo si scostò dalla porta e tornò nel suo letto.
In seguito, quella scena si ripeté molto spesso. Hakkai svegliava Gojyo nel cuore della notte con le sue urla soffocate; il rosso si alzava, andava di fronte alla porta dell’amico, rimaneva ad ascoltare il grido disperato che invocava la sua compagna scomparsa e, quando si accorgeva che Hakkai, troppo spaventato dai suoi incubi, si svegliava, si allontanava senza fare rumore.
Ogni volta, davanti a quella porta chiusa, l’anima di Gojyo si straziava nell’indecisione se entrare o meno. Ma quel nome gli rimbombava nel cervello, amplificato all’ossessione da un’eco inesauribile che lo faceva impazzire. Allora restava immobile finché la crisi non passava e lui poteva ritornare nella sua stanza che lo accoglieva con vuota solitudine.
Col passare del tempo, andare a dormire gli procurava un’angoscia indicibile. Quando si coricava dopo aver augurato la buonanotte a Hakkai rimaneva con gli occhi spalancati nel buio domandandosi: e poi .
Restava così per ore, respirando più piano che poteva per non rischiare di soverchiare lo scricchiolio del letto nella stanza accanto, prodotto dal corpo di Hakkai che si girava sempre più concitatamente.
Poi i mugolii, le parole spezzate, le invocazioni.
Gojyo allora si alzava e poggiava la testa contro il legno che rimaneva come unico baluardo contro tanta angoscia. Quando tornava alle lenzuola ormai fredde, tirava un forte respiro e finalmente poteva obliarsi in un sonno privo di sogni.
La mattina dopo era tutto come al solito. Lui si alzava e trovava Hakkai già in piedi, impegnato a preparare la colazione. Si voltava verso di lui e gli rivolgeva un caldo sorriso.
“Buongiorno Gojyo! Dormito bene?”
Il rosso rispondeva con un grugnito e l’altro gli versava un’abbondante tazza di caffè nero.
Dentro di sé, però, Gojyo fremeva di rabbia.
Perché gli sorrideva in quel modo? Cosa rappresentava quell’apparente allegria quando lui sapeva benissimo quanto in realtà stesse soffrendo e quanto avrebbe sempre sofferto? Perché non urlava e non si disperava adesso, alla luce del sole, con lui lì presente? Perché fingersi sempre contento e soddisfatto di quella vita che doveva odiare più di quanto odiasse sé stesso? Bugiardo! Era solo un bugiardo!
“Come me del resto” mormorava poi, con un sorriso che feriva più di una coltellata.
“Hai detto qualcosa Gojyo?” gli chiedeva Hakkai alzando il viso che teneva rivolto verso il suo piatto.
“No” rispondeva l’altro semplicemente e poi usciva senza aggiungere altro.
Poi una mattina successe qualcosa di diverso.
Quando Gojyo si alzò, Hakkai non era in cucina.
Qualcosa di nero e pesante soffocò il respiro nel petto di Gojyo facendogli vorticare la testa così forte che si dovette sedere per non perdere l’equilibrio.
Se n’era andato. Alla fine, se n’era andato.
Evidentemente quella routine fatta di piccole cose e di brevi momenti di reale complicità condivisa non erano bastati. Il dolce ragazzo dai chiari occhi verdi era stato inghiottito dalla sua disperazione e l’aver cambiato nome non era stato sufficiente a fare di lui anche una nuova persona.
Ridacchiò cacciando indietro l’insulsa voglia di piangere che gli era salita agli occhi, ridacchiò perché quel silenzio lo stava sopraffacendo, imprigionandolo in soffocanti coperte di nulla.
“Cos’hai da ridere?” gli domandò una voce scherzosa proveniente dalla porta d’entrata.
Gojyo si alzò di scatto fissando incredulo il ragazzo che gli si stava avvicinando.
“Che c’è? Sembra tu abbia visto un fantasma” disse Hakkai sorridendogli.
“Dove… sei stato?” riuscì a domandargli il rosso cercando di mostrarsi tranquillo.
“L’altro giorno, mentre tornavo dal mulino dopo aver comprato un po’ di farina fresca, ho visto un bel campo ricoperto da centinaia di mughetti e così stamattina mi sono alzato presto per andare a raccoglierne un po’” rispose il moro mostrando il mazzolino di fiorellini bianchi che reggeva in una mano.
“Sei andato a raccogliere mughetti?” incalzò Gojyo incredulo.
“Sì, che c’è di male? Sono graziosi ed emanano un buon profumo e poi ravvivano un po’ la casa” replicò il ragazzo mettendo il mazzetto in un barattolo che poi appoggiò sopra il tavolo della cucina.
“Sai, erano i fiori preferiti di Kanan…” aggiunse poi mormorando appena e fissando i piccoli bottoncini bianchi che si piegavano verso la superficie lignea.
“Adesso capisco” disse Gojyo conficcandosi le unghie nei palmi delle mani e mordendosi la lingua per evitare di aggiungere altre parole che sarebbero state sicuramente spiacevoli.
Capiva davvero ogni cosa. Si era preoccupato a morte, anzi no, stava per impazzire dalla preoccupazione e lui… LUI era andato a raccogliere i fiori preferiti di quella donna… della sua amante… di sua SORELLA!
“Gojyo, che cos’hai? Sei così pallido! Ti senti male?” gli domandò Hakkai accarezzandogli delicatamente una guancia.
Gojyo schiaffeggiò via quella mano gentile e lo fissò negli occhi.
pensò tremante per le emozioni incontrollate che stava provando.
“Perché sei ancora qui?” gli domandò invece.
“Come?” replicò Hakkai confuso.
“Perché rimani in questa casa, cos’è che ti trattiene? Perché non te ne sei ancora andato cercando di buttarti il passato alle spalle e di ricostruirti una vita tua, eh?” lo investì il rosso sibilando con cattiveria.
“Non capisco… ma se la mia presenza ti dà noia, posso… posso andarmene, se è questo che vuoi” rispose Hakkai con le labbra che gli tremavano leggermente.
“Non è questo che ho detto!” urlò Gojyo sbattendo un pugno contro la parete di fianco.
“Così ti farai male” lo rimproverò Hakkai cercando di afferrargli la mano lesa senza successo.
“Smettila di comportarti così, non sei mia madre!” continuò ad urlare, sussultando appena si accorse di ciò che realmente aveva detto. Si passò le dita sulla fronte e fra i capelli con lo sguardo ricolmo di un profondo dolore mascherato da ironia.
“O forse sì, sei proprio come lei. Anche tu non riesci ad andare al di là del colore dei miei capelli e dei miei occhi. A nessuno di voi frega realmente niente di ME!”
“Questo non è… aspetta, Gojyo!” lo richiamò indietro il moro, ma ormai era troppo tardi, Gojyo se n’era già andato sbattendo la porta.
Rimase fuori buona parte della notte affogando la sua coscienza, che voleva a tutti i costi farlo pensare alle parole crudeli che aveva rivolto al suo migliore, se non unico, amico, nell’alcool e nel calore delle donne. Era un calore freddo e spento, però, come quello di una scintilla morente.
Era riuscito anche a sfogarsi un po’ scatenando una rissa accusando uno di aver barato mentre giocava. Accusa del tutto infondata e, del resto, quello che barava in realtà era lui.
Quando rientrò in casa si stupì di trovare una luce accesa ad accoglierlo. Hakkai, con gli occhi cerchiati da un alone azzurrino e i lineamenti tirati dalla stanchezza, lo stava aspettando sveglio come tutte le sere.
Gojyo sospirò quando lo vide alzarsi e chiedergli con il solito sorriso se volesse qualcosa da mangiare.
“No grazie” rispose seccamente e andò nella sua camera senza nemmeno augurargli la buona notte.
Gojyo non avrebbe più potuto sopportare di sentire Hakkai pronunciare il nome di Kanan. Non che si fosse mai effettivamente domando il perché di questa sua insofferenza, sapeva solo che la cosa lo infastidiva indicibilmente. Per cui decise che la cosa migliore da fare era evitare di rimanere in casa il più possibile. Del resto, a chi importava se usciva la mattina presto e rientrava a notte inoltrata? Anche Hakkai avrebbe smesso di aspettarlo alzato, prima o poi, stufo della vita dissoluta e sregolata che stava conducendo.
Ogni volta tornava ubriaco e puzzava dei profumi di bassa marca appartenenti alle donnacce che lo accoglievano tra le loro braccia senza chiedergli molto di più che un po’ di divertimento. Tutte le volte Hakkai era lì, seduto al tavolo su cui posava il fioco lumino, con lo sguardo perso nel vuoto o con la testa che ciondolava da una parte, colpevole di essersi lasciato andare ad un momento di stanchezza. Gojyo entrava, Hakkai si destava e gli domandava se avesse bisogno di qualcosa. Il rosso scuoteva la testa e spariva nella sua stanza.
Così non andava, non stava funzionando. Hakkai non desisteva, non importava quanto facesse tardi, lui era sempre lì ad attenderlo. Perché semplicemente non andava a dormire lasciandolo perdere? Non capiva, semplicemente gli era incomprensibile il suo comportamento. Ma, in fondo, perché avrebbe dovuto capirlo? Non comprendeva neanche sé stesso.
Poi era inutile starci a pensare troppo, non sarebbe lo stesso arrivato a niente.
All’improvviso il silenzio venne squarciato dal solito grido. A Gojyo si rizzarono i capelli sulla nuca. Erano giorni che non lo sentiva più e si era disabituato alla devastazione che esso creava sempre nel suo cuore.
“Ferma…ti!”
Gojyo scostò le coperte e si alzò bloccandosi in mezzo alla camera.
E ora? Cos’avrebbe fatto? Sarebbe di nuovo rimasto pateticamente fuori da quella porta che lo spaventava persino più del ricordo di sua madre che cercava di ucciderlo?
“Kanaaaaaaaaaaaan!!!”
l’urlo di Hakkai si unì a quello di Gojyo che si accasciò per terra con le mani convulsamente premute sulle orecchie e i denti che gli scricchiolavano da quanto forte li stringeva.
recitava dentro di sé.
Non lo voleva più sentire, non voleva più provare quel dolore che lo trafiggeva inesorabilmente, con la pietà di un aguzzino che tortura lentamente la sua vittima. Doveva porre fine a tutto quello, in un modo o nell’altro!
Si tirò in piedi e si precipitò fuori della sua camera. Esitò solo pochi istanti davanti alla sua ostinata nemica e, con decisione, abbassò la maniglia entrando nella stanza scura.
Hakkai si agitava senza requie tra le lenzuola umide del sudore che gli imperlava il corpo.
“Kanan… no, Kanan…”
Gojyo emise un basso ringhio e balzò sul letto proprio sopra il corpo steso di Hakkai, bloccandogli i polsi sopra la testa e destandolo di colpo.
“Go…jyo?” domandò il moro con la confusione che segue sempre un brusco risveglio.
“Lei non c’è più Hakkai, non esiste più! Per quante volte tu la possa chiamare o desiderare, non tornerà!” gli urlò contro con una smorfia irosa a pochi centimetri dalla sua faccia.
“Ci sono solo io qui, è me che devi guardare! Guarda me!” gli disse più piano baciandogli il volto, preda di una febbre che gli obnubilava la mente facendogli compiere gesti che non credeva di volere.
“Gojyo?” ripeté Hakkai.
“Sì, io, solo io” disse il rosso scendendo a baciargli il collo leccandone i tendini tesi.
“Cosa… stai facendo?” continuò il moro.
Gojyo non si premurò di rispondergli, ma scese sul suo petto succhiando con voluttà il capezzolo rosa che svettava impunemente contro di lui. Hakkai arcuò la schiena cercando di avvicinarsi maggiormente al corpo del suo amante. Una mano di Gojyo rimase a trattenere i suoi polsi mentre l’altra si perse in una lunga carezza assaggiando la forte consistenza dei muscoli e la delicata curva dei fianchi. Giocò con il sensuale solco dell’anca seguendone la piega che la condusse al ventre piatto e liscio. Inciampò nel turgore del sesso eretto e ne andò ad accarezzare la punta umida e violacea, stuzzicandone il forellino sensibile. Hakkai gemette cercando di soffocare i singhiozzi spezzati che gli uscivano dalla gola. Gojyo si sollevò a guardarlo e si morse il labbro inferiore. Quei suoni erano troppo simili a quelli che aveva dovuto ascoltare fino a pochi minuti prima e che erano stati provocati dal ricordo ossessionante di quella donna. Afferrò con forza il pene duro del ragazzo sotto di lui e lo strattonò con poca delicatezza, imponendogli subito un ritmo serrato. Hakkai balbettò parole inarticolate che s’infrangevano ancora prima di scivolare sulla lingua. Notando che il compagno era ormai troppo preso da ciò che stava subendo per opporre la minima resistenza, il rosso lasciò andare la ferrea stretta sui polsi e fece scendere la mano sulla pelle serica del compagno seguita subito dalla lingua, quasi volesse cancellare ogni traccia del suo impudico passaggio. Le labbra, dopo istanti durati un’eternità, si posarono sui testicoli gonfi, succhiandoli e lambendoli con estrema cura, mentre le dita della mano libera s’insinuavano nel roseo orifizio che lo avvolse strettamente con la sua carne bollente. Il moro ansimò pesantemente e puntellò i talloni sul materasso sollevando il bacino per permettergli un migliore accesso. Lentamente, con scrupolosità, Gojyo aumentò il numero delle dita nell’apertura e il suo sapiente lavoro fu presto ricompensato dalla voce di Hakkai che invocò il suo nome. Il flusso del sangue gli sommerse la testa impedendogli ogni facoltà di ragionamento per poi ridiscendere violentemente nel basso ventre facendogli pulsare il pene gonfio allo spasimo. Immediatamente mise da parte ogni reticenza e si staccò da quel corpo per potersi posizionare meglio. S’inginocchiò fra le gambe dell’amico che fece appoggiare sulle sue spalle e penetrò in lui con un unico colpo. Hakkai sputò fuori tutto il fiato che aveva nei polmoni in un urlo strozzato e copiose lacrime cominciarono a scorrergli sulle guance pallide. Gojyo, lottando contro il desiderio di muoversi in quella guaina accogliente e stretta, si sporse verso di lui leccandogli via le perle salate che gli bagnavano il volto contratto.
“Ricordalo questo dolore Hakkai! Sono io a dartelo, sono io questo dolore e sarà l’unico che dovrai provare d’ora in avanti” gli sussurrava ebbro di follia e con l’insignificante desiderio di scoppiare a piangere.
Poi perse totalmente sé stesso tra le braccia del suo amante e non ci furono più né presente né passato né futuro e tutto si sciolse in una luce dorata.
La mattina dopo Gojyo si svegliò con un fortissimo mal di testa che gli pulsava strenuamente dietro i bulbi oculari facendogli credere che potessero schizzargli via in qualsiasi momento.
Non riconobbe subito la stanza in cui si trovava, ma la realtà ci mise pochi secondi a presentarsi nella sua impietosa crudeltà alla sua coscienza.
Si alzò e si vestì con gesti fiacchi e svogliati, troppo timoroso di ciò che lo avrebbe accolto una volta entrato nella cucina in cui, in genere, trovava Hakkai intento a preparare la colazione. All’ultimo gli mancarono le forze e si accasciò contro la parete il cui angolo gli nascondeva la vista della cucina.
Non avrebbe retto. Non avrebbe mai sopportato di trovarsi immerso nella casa vuota senza più quel sorriso ad accoglierlo, quel sorriso che forse non era del tutto sincero, ma che, in ogni modo, gli apparteneva, era suo!
Uno sfrigolio riuscì ad affacciarsi ai margini della sua percezione e si trovò ad annusare l’aria impregnata di un buon aroma di soia. Qualcuno stava cucinando!
Con uno scatto superò l’ostacolo e davanti a sé poté vedere la schiena ritta del suo caro amico.
“Hakkai…” mormorò incredulo.
Il ragazzo si voltò verso di lui e sorrise.
“Ben svegliato Gojyo! Ancora qualche minuto e sarà pronto in tavola”.
Il rosso ebbe la sensazione di essere stato appena colpito da un pugno in pieno stomaco. Il suo corpo tremava e una saliva acida gli impastò la bocca facendo nascere in lui il desiderio di sputarla per terra.
Come poteva? Come poteva sorridergli ancora dopo ciò che gli aveva fatto? Come poteva stare ancora in quella casa, comportarsi come sempre, non cambiare in nulla il suo atteggiamento verso di lui, dopo quello che era successo?
“Ti ho preparato gli spaghetti saltati in padella, so che ti piacciono tanto. Purtroppo non avevo carne fresca per cui ci sono solo verdure, ma spero siano venuti buoni lo stesso. Ecco fatto! Siediti, così ti servo subito. Hai sentito Gojyo? Gojyo? Ma…”
Hakkai rimase con la padella e la forchetta in mano con l’aria, all’improvviso, mortalmente stanca e un’espressione delusa sul viso. Gojyo non poteva più sentirlo ormai perché non era più lì. La porta d’ingresso lo scherniva con la sua bocca spalancata.
Il mezzo demone si trascinò tutto il giorno ai margini del bosco, augurandosi di non incontrare nessuno. Non voleva compagnia, aveva solamente bisogno di restare da solo per riflettere.
Che cosa aveva fatto? Aveva violentato il suo migliore amico. E questa non era nemmeno la parte peggiore. La cosa davvero inaccettabile era che non riusciva a rammaricarsene! Dentro di sé non riusciva ad impedirsi di provare una strana sensazione di felicità al ricordo di quella voce che non aveva smesso di chiamarlo per un secondo e un’estrema euforia per il fatto che Hakkai fosse ancora a casa sua non rimproverandogli nulla.
“Sono un mostro! Mia madre aveva ragione… tutti avevano sempre ragione! Sono soltanto un lurido mostro!” sogghignò accucciandosi per terra e nascondendo il volto tra le ginocchia strette al petto.
Rimase così per ore, senza sentire i morsi della fame né la pungente brezza serale che gli solleticava la pelle. Non si accorse dei raggi del sole che facevano capolino tra i rami dell’albero sotto il quale si era seduto né delle prime stelle della sera. Non si accorse neppure del buio della notte che lo inghiottì con famelica rapacità. Ma, ad un tratto, si accorse di una presenza rannicchiata di fianco a lui. Lentamente si voltò e si sorprese a non stupirsi trovandosi Hakkai vicino.
“Come facevi a sapere che mi trovavo qui?” gli domandò con voce stanca.
“Non lo so, sapevo solo che ti avrei trovato qui” gli sorrise l’altro di rimando.
“Perché mi hai cercato?”
“E’ tardi, è meglio se rientri a casa e ti metti a dormire”.
“Se è così tardi perché non sei andato tu a dormire?”
“Non riesco a riposare bene se so che non sei nei paraggi” rispose Hakkai in un soffio.
“Non che faccia differenza quando ci sono” ridacchiò Gojyo senz’ombra d’allegria.
“Credimi, quando non ci sei è anche peggio”.
Il mezzo demone guardò il compagno a bocca aperta, esibendosi nella sua migliore espressione allibita. Hakkai sorrise e lo aiutò ad alzarsi.
“Andiamo?” gli domandò.
Gojyo annuì e s’incamminarono.
Una volta giunti alla loro meta, Hakkai lo baciò delicatamente sulle labbra e Gojyo se lo strinse forte contro, avviandosi nella stanza del moro.
Da quel momento, Gojyo smise di fare tardi la notte e, quando giungeva l’ora di coricarsi, spesso lo facevano insieme.
Il rosso a volte si domandava se quello che li univa fosse amore. Poteva essere definito amore? Probabilmente no. Per quanto ne sapeva lui l’amore era un sentimento terribile e devastante che portava pene e dolori indicibili. Come il suo per la madre che non poteva accettarlo. Come quello di suo fratello per lui che lo aveva costretto a macchiarsi le mani del sangue di chi lo aveva generato. Come quello di sua madre per suo padre che non riusciva a perdonargli i suoi tradimenti. Il suo rapporto con Hakkai invece era la cosa che più lo rilassava facendolo sentire, per una volta tanto, in pace col mondo.
Quando aveva di questi pensieri il suo demone sembrava accorgersene e gli si accostava racchiudendolo nel suo gentile abbraccio, facendogli scordare ogni cosa non avesse a che fare con il loro piacere. E per un po’ dimenticava.
Avrebbe voluto cristallizzare quei momenti nell’eternità. Avrebbe voluto trasformarli in fotografie da poter tenere al sicuro, racchiuse in un album. Avrebbe voluto che niente cambiasse.
Quello non era amore, vero? Ma se lo fosse stato…
La notte non riusciva a dormire nella quiete della sua stanza. La notte gli sussurrava che il suo desiderio di avere sempre Hakkai accanto era proprio ciò che le persone chiamano ‘amore’. Ma quello non poteva essere amore! Se fosse stato amore allora…
Si alzava e si accendeva una sigaretta. Si fermava a contemplare la nebbia bianca del fumo dissolversi nell’oscurità.
Come si sarebbe comportato se quello fosse stato davvero amore?
Si metteva a camminare per la stanza con le mani tra i capelli, misurandone la lunghezza a grandi passi. Poi la porta uggiolava piano e il volto assonnato di Hakkai vi faceva capolino. Il ragazzo lo raggiungeva, lo prendeva per mano e gli sorrideva.
“Andiamo a dormire” gli sussurrava e lo portava con sé, placando la sua ansia con la sua dolce e sicura presenza.
Qualche volta Gojyo rimaneva ad osservarlo mentre dormiva, imprimendosi nella memoria ogni suo più piccolo particolare – la piega delle labbra, la curva dell’arcata sopraccigliare, la linea dritta e tesa del naso. E se vedeva accennarsi qualche segno d’inquietudine su quel viso d’angelo, un’inquietudine che lo faceva agitare e scalciare rigirandosi nel letto, subito lo abbracciava tenendolo stretto contro di sé. Hakkai allora, quasi capendo a livello fisico di essere al sicuro, poggiava il capo nell’incavo della sua spalla e si abbandonava ad una pace che, più del corpo, era dello spirito.
Così era da quel giorno. Così era anche in quel momento e non gli importava se sarebbe rimasto tale anche in futuro.
“Ehi Gojyo, guarda che è pronto, se non ti sbrighi si raffredda”.
Il mezzo demone tornò alla realtà del presente riprendendo familiarità con le coperte ruvide sotto di sé e la brezza che spirava dalla finestra aperta.
“Allora, pigrone? Non vorrai restare ancora lì sdraiato, vero?”
Pur dandogli le spalle poteva vedere chiaramente nella sua testa l’espressione di dolce impazienza del ragazzo che lo esortava ad alzarsi.
Se questo fosse amore…
“Fai come vuoi, io me ne vado” sbuffò Hakkai muovendo i primi passi.
Gojyo sentì chiaramente il suo cuore saltare un paio di battiti. Una strana sensazione di vertigine lo colse e sentì i suoi arti liquefarsi come ghiaccio al sole.
No, non era pronto a vederlo sparire. Forse non lo sarebbe stato mai, ma di sicuro in quel momento NON era pronto! Non importava se fosse per amore o per uno dei mille altri sentimenti che gli bloccavano il respiro nei polmoni ogni volta che riusciva ad intravedere il sorriso vero di Hakkai o per tutti questi assieme. Lo voleva lì, con sé e ce l’aveva. Non l’avrebbe fatto andare via.
Il resto non importava.
“Aspettami Hakkai! Vengo anch’io!”
FINE
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