L’omosessualità nell’Antica Grecia

L’avvento del Cristianesimo, durante il tardo impero romano (l’Editto di Milano, che sancì la libertà di culto, è del 313 d.C.), stese un velo oscurantista sull’omosessualità e la bisessualità, che la cultura classica non solo aveva tollerato, ma spesso esaltato. La distruzione della Biblioteca d’Alessandria in epoca giustinianea (opera distruttrice poi conclusa dagli Arabi, che invasero l’Egitto bizantino nel VII secolo) fece scomparire un imponente patrimonio letterario, nel quale l’esaltazione e l’idealizzazione dell’amore omoerotico doveva avere ruolo assai importante. Quello che ci resta, pur nella sua frammentarietà e limitatezza, ci permette tuttavia di avere un’idea di quella che era la poesia classica e il ruolo della poesia d’amore omosessuale, che fu oggetto di splendidi versi di alcuni tra i massimi autori classici: Pindaro, Anacreonte, Alceo, Stratone, Meleagro, Callimaco, Posidippo.
Su tutto ciò la cultura medievale stenderà un velo di imbarazzato silenzio: imbarazzato perché era difficile ammettere che la cultura classica, a cui il mondo occidentale non cessò mai di rifarsi, ammettesse tali “peccaminose” pratiche. I primi provvedimenti contro l’omosessualità sono infatti coincidenti con la diffusione del Cristianesimo come religione di stato dell’Impero Romano (per quanto sia da ammettere che poesia omoerotiche compaiono saltuariamente anche fino al VII secolo in ambito bizantino): il Codice Teodosiano del 380 d.C. comprende ad esempio norme, già introdotte nel 342 da Costanzo e Costante, che prevedono la condanna a morte per chi pratica rapporti omosessuali in modo passivo. Nel 390, poi, si prevede la morte per rogo per gli effeminati. Infine il Corpus Juris Civilis di Giustiniano, nel 533, prevederà la morte anche per gli omosessuali attivi: un orientamento giuridico che rimase poi inalterato e praticato fino ad un’epoca assai recente: ricordiamo che in paesi dell’Europa orientale l’omosessualità è stata depenalizzata solo in tempi recentissimi, negli anni Novanta.
Per avere un’idea di come l’avversione al riconoscimento della realtà della cultura classica sia molto radicata, si pensi che in Grecia molti storici continuano a negare l’esistenza in Grecia di una omosessualità socialmente accettata. In questo modo, per secoli è stato impossibile dare una visione filologicamente corretta della cultura classica.
1. La civiltà classica
In primo luogo, è interessante osservare che la cultura greco-classica non era certo l’unica a guardare con tolleranza e anche entusiasmo all’omosessualità: simili atteggiamenti si osservano presso gli Etruschi, e in una certa misura presso Egizi e popolazioni mesopotamiche, pur in presenza di strutture sociali assai differenti. Degli Ittiti (popolazione indoeuropea stanziatasi in Anatolia verso il XV sec. a.C.) non sappiamo quale posizione assumessero, mentre gli Ebrei erano nettamente omofobi, ma l’omosessualità non era socialmente accettata nemmeno tra i primi Romani, almeno fino al III sec. a.C.m, né tra gli Illiri, e tra i Macedoni lo era di meno che tra i Greci. I Persiani, poi, conoscevano il fenomeno degli eunuchi ma non approvavano l’omosessualità. Il panorama è dunque molto vario. Si
può però dire che le società urbane (Etruschi, Greci, Sumeri) siano tendenzialmente “erotofile”, abbiano quindi una concezione positiva della sessualità, le civiltà rurali (Ebrei) una visione “erotofoba”. Non a caso, la società romana era in origine rurale, e nel diventare una società urbana ha anche mutato la sua visione della sessualità e dell’omosessualità, anche per il forte influsso di Etruschi e Greci.
Quella greca, dunque, era una società erotofila: la sessualità, eterosessuale e omosessuale, è spesso oggetto dell’espressione artistica. Gli esempi più importanti ci vengono in questo senso sia dai numerosissimi reperti in ceramica (vasi di ceramica con figure nere su fondo rosso o figure rosse su fondo nero: uno stile decorativo copiato anche dagli Etruschi e imitato un po’ in tutto il Mediterraneo) e dalle poesie. Per dare tuttavia un’immagine più chiara della società greca, chiariamo alcuni punti:
• Quella greca è una civiltà urbana: la Grecia non è un insieme politico, ma un complesso di città stato (polis), spesso in conflitto tra loro, ma con una comune cultura
• La struttura sociale tipica della polis greca si basa su 3 gruppi sociali: i cittadini, gli stranieri senza cittadinanza, detti xenoi (spesso però residenti in città da molto tempo: le leggi di cittadinanza greche erano però molto restrittive), infine gli schiavi, molto numerosi, e totalmente soggetti al potere dei loro padroni (per quanto ci fossero anche schiavi che raggiungevano una certa agiatezza, la condizione degli schiavi in Grecia non era comunque paragonabile a quella, comunque migliore, che ebbero sotto Roma)
• Si tratta quindi di una civiltà basata su un’economia schiavile. La democrazia non è paragonabile a ciò che noi intendiamo con questo termine perché i “cittadini” in senso stretto erano spesso una sparuta minoranza, in particolare nella società spartana.
• In sostanza si trattava di società in cui un’oligarchia di cittadini, che potevano vantare piena cittadinanza in virtù di una lunga serie di progenitori cittadini, governavano la città. Nella pratica, poche famiglie si spartivano il potere attraverso un sistema clientelare.
• La Grecia, a partire dal VIII-VII sec. a.C, fu gravata da una consistente pressione demografica, che portò all’emigrazione (spesso forzosa) di greci che fondarono colonie in Asia minore, Italia meridionale (Magna Grecia: città come Crotone, Siracusa, Cuma, Napoli), Libia, Ponto (Mar Nero)
• Infine, quella greca era una società maschilista: le donne (salvo alcune eccezioni circostanziate) erano escluse dalla vita pubblica: non ricevevano un’istruzione, non partecipavano alle feste (a meno che non fossero prostitute), vivevano segregate in casa in un’apposita parte dell’abitazione, il gineceo.
2. L’omosessualità classica
L’immagine stereotipata dell’omosessualità classica che ci è stata trasmessa è quella di un’omosessualità intergenerazionale, cioè tra uomo adulto e adolescente. Vedremo che quest’immagine, su cui è comunque importante soffermarsi, ha finito per nascondere una realtà ben più complessa che cercheremo di mettere in luce. Possiamo dire che l’omosessualità intergenerazionale, per la quale i Greci coniarono il termine paiderastia. In pratica il modello teorico prevedeva che un uomo adulto avesse un giovane amante, un adolescente (ephebos), in sostanza un giovane pubere, tra i 12-14 e i 17-19 anni circa. L’uomo era detto erastes, e idealmente doveva rappresentare un maestro, un modello, per l’adolescente-discepolo, detto eromenos. Idealmente, l’erastes traeva soddisfacimento anche sessuale dalla relazione con il suo eromenos, poteva vantarsene con gli amici, decantando le virtù del suo giovane amante (che in teoria contavano più della bellezza).
L’eromenos non doveva, ma questo sempre in teoria, mostrare eccitazione sessuale, né doveva prendere l’iniziativa o corteggiare un uomo adulto, non doveva nemmeno mostrare di provare piacere, ma semplicemente mostrare ammirazione e lealtà al suo erastes. Le eccezioni a questo modello esistevano sicuramente, e sono anche ben documentate: già la vicenda di Alessandro Magno ed Efestione ci illumina al riguardo, poiché i due erano pressoché coetanei. Oppure pensiamo, per altri versi, al giovane fanciullo Alcibiade che metteva in serio imbarazzo Socrate con le proprie avances.
In teoria, comunque, la relazione adulto-adolescente aveva valenze educative, o almeno così viene presentata da molti autori classici: l’erastes si preoccupa di infondere nel giovane le virtù civiche e guerresche (coraggio, lealtà, rispetto, …) nonché di iniziarlo alla sessualità e, quindi, prepararlo alla vita adulta. Terminata l’adolescenza, il giovane uomo sarà pronto per cercarsi, a sua volta, un giovane adolescente da istruire e amare.
Il corteggiamento dell’adolescente, poi, seguiva delle precise regole: ciò ci può permettere di parlare di un’omosessualità “ritualizzata”, o almeno istituzionalizzata, e quindi caricata dall’intera società di precise valenze e significati sociali. Documenti di epoca abbastanza arcaica descrivono ad esempio il “protocollo” del rapimento rituale degli adolescenti, attuato da uomini adulti che appunto prendevano con sé degli adolescenti, riportandoli ai genitori dopo due mesi, colmi di regali. Per inciso, il rapimento rituale degli adolescenti si ritrova in diverse altre culture primitive, o semplicemente un allontanamento temporaneo dal villaggio, non necessariamente (o forse non più) accomunato con pratiche omosessuali.
Luoghi tipici dell’eros omosessuale classico erano, indubbiamente, il gymnasium e il symposium. Quest’ultimo era l’evento sociale per eccellenza, dal quale erano escluse le donne e durante il quale gli ospiti venivano intrattenuti con danze e canti, spesso di giovani schiavi adolescenti. Il ginnasio è invece molto più che una semplice palestra: è il luogo dove gli adolescenti venivano educati, nelle virtù civiche e militari (idealmente l’uomo greco è un cittadino-soldato). Il ginnasio era situato al centro di tutte le città greche. Secondo Vitruvio (De architectura) era costituito da un grande peristilio, un cortile del perimetro di circa 90 metri per lato, circondato sui 4 lati da arcate singole o doppie; una di queste permetteva l’accesso all’Ephebeion, dove si addestravano i giovani. Sugli altri lati vi erano bagni, saloni e varie stanze, dove filosofi, rètori (insegnanti di retorica) e poeti si occupavano dell’educazione intellettuale dei giovani. Tra gli altri principali locali, vi era lo xystos, per l’addestramento degli uomini adulti, e vicino a questi la palestra vera e propria. Per inciso, il termine gymnasium deriva da gymnos, “nudo”, in quanto le attività sportive (e questo valeva anche per gli atleti dei giochi olimpici) venivano svolte completamente nudi: in tutta la cultura classica vi è un diffuso culto per la nudità maschile, un fatto certamente connesso al culto per la bellezza maschile, e in particolare per quella adolescenziale, considerata massima espressione della bellezza.
Possiamo dunque dire che l’omosessualità greco-classica si basava su una netta e rigorosa divisione dei ruoli attivo (l’erastes) e passivo (l’eromenos), anche in senso prettamente fisico. Un adulto che avesse preferito il ruolo passivo si esponeva al ridicolo: era considerato debole, poco mascolino, effeminato, e si usava al suo riguardo l’appellativo dispregiativo di “kinaedos”, e lo si riteneva anche inadatto a ricoprire ruoli pubblici.
Le leggi greche punivano invece gravemente, e in questo si deve ravvisare la manifestazione di una generale condanna sociale, l’omosessualità tra uomini adulti. In tutte le città greche, l’adulto che accettasse infatti il ruolo passivo (pathikos) era punito in maniera molto grave, talvolta anche con la morte.

Come detto, questo è un’ideale: la realtà poteva essere ben diversa. Innanzitutto il modello intergenerazionale non poteva valere nel caso, ad esempio, della famosa Legione Tebana, formata da coppie di soldati-amanti, in cui pare che la spinta a salvare la vita al proprio compagno determinasse l’eccezionale efficacia di questa formazione di opliti (i soldati greci armati di una lunga lancia, schierati fianco a fianco in una lunga fila). Ancora, in molte scene omoerotiche ritratte su ceramiche attiche, non risulta del tutto chiaro chi sia il partner attivo e chi quello passivo, mentre in altri vasi sono dipinte scene omoerotiche tra coetanei, sia giovani che adulti. Come sostenuto da Charles Hupperts in Eros Dikaios (2000), in effetti, in diverse raffigurazioni l’erastes non ha barba, nell’iconografia classica segno di maturità, e questo rende chiaro che l’omosessualità non si restringeva al caso ideale della pederastia, e che gli stessi adolescenti avevano i propri “appetiti” sessuali, ed erano ben lungi dal mostrarsi indifferenti di fronte agli aspetti più prettamente sessuali della relazione con l’erastes, come invece la “ideologia” ufficiale del mondo classico cercava di far credere.
In effetti, è più credibile che vi fossero forme diverse di omosessualità:
A. Omosessualità intergenerazionale
B. Intragenerazionale adolescenziale
C. Intragenerazionale del cittadino-soldato
D. Intragenerazionale adulta
Quanto al punto B, oltre all’esempio tipico di Alessandro ed Efestione, dobbiamo citare l’esempio che ci viene fornito dalle iscrizioni del tempio di Apollo Karneios, scoperte negli anni ’60 a Santorini, un’isola della Grecia, di cui diremo di più al paragrafo 5. Queste iscrizioni ci danno un’immagine gioiosa e spensierata della vitalità (omo)sessuale di un gruppo di epheboi, molto diversa dall’istituzionalizzazione dei ruoli nella relazione tra erastes ed eromenos. Per il punto C, accanto all’esempio citato della Legione Tebana (peraltro un esempio tardo, risalente al IV sec. a.C) dobbiamo considerare che, in particolare a Sparta, fino al ritiro dalla vita militare attorno ai 35 anni, gli uomini vivevano in “caserme”, segregati dal sesso femminile, e le relazioni omosessuali dovevano essere frequenti, se non addirittura favorite allo scopo di cementare lo spirito di gruppo. Quanto al punto D, si trattava certamente di un fenomeno più raro, e probabilmente oggetto di una certa condanna sociale, ma non inesistente: abbiamo notizia che nel IV secolo non fosse così strano che due uomini adulti convivessero: la condanna sociale doveva essere un prezzo irrisorio rispetto alla possibilità di vivere il proprio amore. In questo, e nelle difficoltà che queste coppie dovevano affrontare, ci sembra di vedere molte somiglianze con la situazione odierna della comunità omosessuale. Si può dunque considerare superata la tesi, a suo tempo espressa da Michel Foucault (1926-1984) che vedeva la sessualità greca come centrata su un uomo adulto, forte, maschilista e dominante, che indirizzava le proprie pulsioni sessuale verso donne totalmente sottomesse (anche legalmente) o verso adolescenti timidi e inesperti. In realtà gli studi degli ultimi vent’anni, in particolare seguiti alla pubblicazione dello studio di K.J. Dover (Greek Homosexuality, 1978) hanno ormai fatto luce sulla complessità della sessualità classica.
In generale, comunque, bisogna sempre tenere presente che la società greca si aspettava che un uomo si formasse una famiglia e avesse dei figli, preferibilmente maschi, e molti autori indicano i 35-38 anni come età ideale per sposarsi. Il matrimonio era dunque un dovere sociale, che aveva in genere ben poco a che fare con l’amore. Inoltre, si tenga presente anche che, nel complesso, le ceramiche con decorazione a tema omoerotico sono decisamente poco numerose, circa 80 su un totale di decine di migliaia di reperti in ceramica di epoca classica, e sono per giunta anche inferiori numericamente alle ceramiche a tema eteroerotico: probabilmente questo è dovuto al fatto che nella relazione omosessuale intergenerazionale, forse l’unica completamente accettata dalla società, si tendeva a sottolineare (forse in maniera ipocrita o comunque non troppo realistica) soprattutto l’aspetto educativo e spirituale su quello prettamente sessuale. Infine, è opportuno sottolineare che non è realistico pensare che in Grecia la gran parte degli uomini fosse omosessuale: le considerazioni fatte in precedenza fanno capire che, in realtà, l’omosessualità come la intendiamo noi in Grecia era un fenomeno limitato, spesso disapprovato: si può dire con maggiore correttezza che tra gli uomini adulti greci prevalesse una tendenziale bisessualità. In generale, comunque, teniamo sempre presente che i Greci non avevano la consapevolezza di una distinzione eterosessualità-omosessualità. Avevano invece un unico termine: aphrodisia, amore.
Sul piano strettamente sessuale, si può ricordare che in Grecia nei rapporti omosessuali era molto diffuso il rapporto intercrurale (cioè lo sfregamento dei genitali sulle cosce del partner), forse anche più di quello anale, mentre era del tutto vietato quello orale. Nelle ceramiche conservate, nei rapporti orali il partner “ricevente” è quasi sempre uno schiavo o una prostituta, dunque un partner con consenziente. Sappiamo che in generale in epoca classica la bocca, essendo luogo deputato all’espressione oratoria, si riteneva dovesse rimanere “pura”: i rapporti orali erano quindi considerati molto degradanti.
3. La riflessione interna al mondo classico
Il mondo classico, dunque, accettava come normale che un uomo adulto provasse attrazione sia verso le donne che verso maschi adolescenti, e riteneva anche normale che, in genere, il singolo propendesse verso le prime o i secondi. I filosofi greci discutevano normalmente, e anche piuttosto seriamente, su quale dei due tipi di amore fosse più nobile, e in genere aveva la meglio quello verso gli adolescenti. Del resto, come già detto, l’ideale greco di bellezza è incarnato dall’adolescente maschio: non è un caso se, a fronte di poche opere scultoree che ritraggono figure femminili (in genere peraltro ritratte vestite: pensate alla Nike di Samotracia e alle varie sculture che ritraggono Atena, Era o Afrodite), si hanno moltissimi esempi di sculture che riprendono il tradizionale modello del kouros, il giovane nudo ritratto di solito frontalmente.

Come detto tuttavia, si osserva nelle fonti classiche una dicotomia tra quelle fonti, in genere i dialoghi dei filosofi, dove l’aspetto sessuale dell’omosessualità viene sublimato, e si esalta invece l’aspetto più intellettuale e spirituale, e le fonti letterarie dove viene dato maggiore spazio all’eros più fisicamente inteso. D’altra parte, anche molti poeti classici tendono a censurare gli aspetti sessuali della relazione tra erastes ed eromenos, al punto che occorre talvolta una certa malizia per capire il vero contenuto di tale relazione. In questo senso, per chi volesse avere alcuni esempi di poesia omofila classica, posso consigliare la lettura dell’Antologia Palatina, una raccolta di oltre 4000 epigrammi (brevi componimenti in versi), a partire dal più arcaico mondo ellenico fino alla metà del X secolo d.C.. A tal proposito, tra le edizioni facilmente reperibili, posso citare: Antologia palatina. Epigrammi erotici, della Rizzoli, oppure la Antologia Palatina a cura di S. Quasimodo, della Mondadori, o ancora Antologia Palatina: tutte le poesie d’amore, dell’Einaudi.
Un interessante appunto dobbiamo fare riguardo a Platone e alla sua concezione del rapporto erastes-eromenos. Rifacendosi all’insegnamento del suo maestro Socrate, Platone afferma che l’amore può essere terreno oppure spirituale, e quest’ultimo si colloca ad un livello più alto. Il vero erastes, secondo Platone, preferirà la bellezza dell’anima a quella del corpo. Da questa concezione, tra l’altro, deriva appunto l’espressione di “amore platonico”. Del resto, all’amore omosessuale Platone dedicò ben due dialoghi, il Symposium e il Phaedrus. Stando a quanto Platone e Senofonte ci hanno tramandato, il loro maestro Socrate non riusciva davvero a resistere alla bellezza dei suoi giovani allievi… davanti a loro veniva preso da una specie di pazzia, e diceva di poter affrontare la situazione solo distraendosi ponendo ai suoi giovani allievi difficili domande di filosofia. Non solo, si costringeva a prendere una serie di misure: non permetteva ai ragazzi di abbracciarlo o baciarlo, e cercava di evitare ogni contatto fisico con gli allievi… tuttavia ci risulta che usasse stazionare all’ingresso degli spogliatoi della palestra del ginnasio, per spiare i giovani ateniesi intenti a spogliarsi!
4. Gli eroi omosessuali
Il mondo greco poteva vantare numerosi eroi impegnati in relazioni omosessuali. La coppia più famosa fu certamente quella composta da Achille e Patroclo. Beninteso, si trattava di una coppia atipica, non rispondente allo stereotipo erastes-eromenos, anche se Achille era forse l’attivo della coppia, essendo appena più anziano tra i due. Sempre per precisare, bisogna dire che le fonti omeriche e quelle successive non sono poi così esplicite sulla relazione tra i due. Questo rende indispensabile alcune precisazioni: da un lato, si può pensare che non fosse necessario chiarire al lettore greco la sostanza della relazione tra i due, poiché era scontato che fosse una relazione omosessuale; d’altra parte, non possiamo essere sicuri che in epoca omerica (la guerra di Troia ebbe luogo realmente attorno al XIII-XII secolo a.C., la tradizione omerica si consolidò forse nell’VIII secolo) l’omosessualità fosse già socialmente accettata. In altre parole, la tradizione che vorrebbe Patroclo amante di Achille potrebbe essere più tarda rispetto al periodo di composizione dell’Illiade.
La situazione è invece più chiara per quanto riguarda l’altra, famosissima, coppia dell’antichità classica, quella composta da Alessandro Magno ed Efestione. I due giovani erano cresciuti insieme (Efestione era poco più grande), e pertanto si tratta di una relazione tra coetanei, in cui peraltro sembra che fosse Efestione l’erastes della situazione, vale a dire il partner attivo. Alessandro sembra che si rifacesse alla coppia Achille-Patroclo come modello, convinto di essere un “nuovo Achille”. In ogni caso, è giusto ricordare che, sebbene una lunga tradizione letteraria iniziata già all’epoca e suffragata da diversi indizi (ad esempio il trattamento riservato a Efestione dopo la morte, quando Alessandro ordinò che fosse divinizzato) si soffermi sulla relazione tra i due, non è possibile avere prove del tutto certe. Al contrario, si hanno prove certe di un’altra relazione di Alessandro, questa sì nell’ambito dello stereotipo erastes-eromenos, quella che il condottiero macedone intrattenne per alcuni anni con il giovane Bagoas, un bellissimo eunuco persiano di nobili origini. Sappiamo infatti che Alessandro baciò in pubblico, a teatro, il suo giovane favorito.
5. I miti omosessuali
La mitologia classica è ricchissima di episodi mitici che narrano le vicende (quasi sempre sfortunate) di amori omosessuali.
Uno dei miti più famosi, fonte di ispirazione per innumerevoli artisti anche in epoca moderna, è il ratto di Ganimede. Questi era infatti un bellissimo giovane che Zeus (Giove), sotto forma di aquila (una delle più frequenti forme sotto cui appariva Zeus quando scendeva sulla terra), rapì e portò nell’Olimpo per farne il suo amante. Qui Ganimede si adoperò come coppiere degli dèi, a cui versava i calici di ambrosia, il cibo degli dèi che garantiva l’immortalità. È evidente che si tratta di un mito che riflette la tradizionale visione classica della relazione tra un adulto e un giovane adolescente.
Tra i protagonisti di amori omosessuali, il posto d’onore spetta però indubbiamente ad Apollo, il bellissimo dio greco che fu protagonista di molte struggenti storie d’amore, quasi tutte con un finale poco felice (si tenga presente, comunque, che di ogni singolo mito greco esistono in genere più varianti). Tra queste storie d’amore, possiamo ricordare quella con Giacinto, un giovane della Laconia. Per poter stare vicino al giovane amato, Apollo trascurò le sue principali attività, occupandosi invece di tenere al guinzaglio i cani e trasportare le reti quando Giacinto andava a cacia. Un giorno i due decisero di sfidarsi in una gara di lancio del disco. Apollo lo lanciò per primo e Giacinto corse a riprenderlo, ma il disco, toccato il suolo, gli rimbalzò in faccia e lo uccise. Questo avvenne per l’intervento dell’invidioso Zefiro, dio dei venti, che amava Giacinto ma non era corrisposto e non sopportava di essere umiliato da Apollo, cui Giacinto si era invece concesso. Apollo, non potendo far nulla per salvare l’amato, decise di trasformarlo in un bellissimo fiore (il giacinto, appunto) per conservare così la memoria dell’amato. 
Un’altra triste storia d’amore fu quella con Ciparisso. Questi era un giovane cacciatore di Ceo, un’isola delle Cicladi, che si affezionò ad un cervo, sacro alle ninfe di Cartea. Durante una battuta di caccia, però, scambiatolo per un cervo selvatico, Ciparisso lo uccise. Afflitto e inconsolabile per l’errore, Ciparisso chiese agli dèi di essere condannato al lutto eterno, e fu quindi trasformato in un albero millenario, chiamato appunto “cipresso”, che Apollo decretò fosse utilizzato come dono per i defunti.
Apollo fu certamente una divinità fortemente correlata con l’omosessualità. In questo senso, fondamentali fu la scoperta di una serie di iscrizioni presso il tempio di Apollo Karneios a Santorini, isola dell’Egeo colonizzata da popolazioni doriche originarie di Sparta. Si tratta di alcune tra le primissime iscrizioni nell’alfabeto sviluppatosi in Grecia nell’VIII-VII secolo a.C., in quanto queste iscrizioni sono databili al 700-650 a.C. Il culto di Apollo che aveva luogo presso questo tempio comprendeva certamente competizione ginniche e canore da parte di epheboi tra i 14 e i 18 anni circa, cui seguivano sicuramente anche sfrenati rapporti sessuali tra gli stessi adolescenti, espressione di una sessualità libera e gioiosa, forse sotto lo sguardo compiaciuto di adulti che assistevano, probabilmente solo da spettatori, a queste attività. Dalle iscrizioni apprendiamo infatti che il culmine del culto di Apollo, in periodo di luna piena, era la Gymnopaedia, un rituale che includeva anche pratiche omosessuali tra i giovani partecipanti. Le iscrizioni che si sono conservate sono infatti decisamente eloquenti. Troviamo una serie di iscrizioni che dicono “Tharumakas è bello” (Tharumakas agathos) e possono essere state scritte ovviamente solo da altri ragazzi, poiché le donne erano escluse dalle attività pubbliche. Ne troviamo molte altre: “Anche Lukudidas è bello” e vicino a questa una terza iscrizione “Ma Eumelos è il più bravo nella danza!”. In un’altra serie di iscrizioni troviamo un certo Krimon, che doveva godere di ottima fama: “Krimon, il più bravo nel danzare in maniera lasciva, ha battuto Simias”. Qui troviamo il verbo qonialoi che indica il lascivo danzare dei satiri che mostrano le loro erezioni! Krimon lo troviamo anche in molte altre iscrizioni molto più esplicite, in cui compare il verbo oiphe, che indica un vero rapporto omosessuale: “Per Apollo! Proprio qui Krimon ha fatto sesso con Bathukles” e ancora “Qui Krimon ha fatto sesso con Amotion” e apprendiamo una lista di altri ragazzi con cui Krimon fece sesso in occasione di quella gymnopaedia: Isokarthus, Pasiovos, Euaisuros, Kresilas. Insomma sembra che si sia dato da fare parecchio, e alternando ruolo attivo e ruolo passivo, poiché oiphe indica precisamente l’atto della penetrazione anale, per cui, ad essere precisi, dovremmo dire che Krimon fu passivo con Bathukles, ma a sua volta fu attivo con Amotion. In un’ennesima serie di iscrizioni, troviamo: “Pheidipidas ha fatto sesso con Timagoras. Anche Empheres e io l’abbiamo fatto.” E sappiamo che questo “io” è un certo Enpulos. Poco sotto queste iscrizioni, qualcuno, forse invidioso, ha inciso “Pornos!”, in pratica “puttane!” poiché pornos significa “prostituto”. Un’altra iscrizione ci racconta: “Enpedokles eneqopteto tade. Qorketo ma ton Apolo” (“Empedocle ha fatto questo. E ha danzato per Apollo”).
A parte Ciparisso e Giacinto, comunque, sono attribuiti ad Apollo molti altri amori omosessuali, forse ancor più numerosi di quelli per le ragazze (non sarà un caso se il culto di Apollo era proprio associato a culti orgiastici omosessuali). Secondo alcune fonti, inoltre, Apollo sarebbe l’unico dio a non aver condiviso il letto di Afrodite, la bellissima dèa della bellezza, preferendole suo figlio, Imenèo (tuttavia secondo altre versioni del mito Imenèo sarebbe proprio figlio di Apollo ed Afrodite). Lo stesso Imenèo ebbe diverse relazioni alcune delle quali omosessuali (ad esempio con Èspero).
Un altro famoso protagonista della mitologia classica, Ercole, ebbe svariati amanti maschili. Tra questi il nipote Iolao, di 16 anni, che viene presentato come il suo fedele scudiero, ma che gli autori classici presentano anche come amante. Oppure Ila, il bellissimo giovane di cui Ercole s’innamorò, ma che gli venne rapito dalle ninfee dei fiumi che lo annegarono per averlo sempre con sé.
6. L’omosessualità a Roma
Per quanto anche la civiltà romana faccia parte di quella che noi definiamo “classica” in senso lato, è tuttavia opportuno sottolineare i caratteri peculiari che la contraddistinguevano, anche per quanto concerne l’omosessualità. Innanzitutto, la posizione nei confronti del’omosessualità o pederastia (omosessualità intergenerazionale) che dir si voglia, cambiò molto nel momento in cui i Romani vennero a contatto con gli Etruschi a nord (verso il IV secolo a.C. l’Etruria poteva dirsi assimilata) e soprattutto con le colonie greche a sud (la conquista dell’Italia meridionale, Sicilia esclusa, era già conclusa all’inizio del III sec. a.C, prima della Prima Guerra Punica). I Romani assorbirono certamente costumi e modi di pensare dei più evoluti e sofisticati greci, anche se a Roma molti (si pensi a Catone il Censore) continuarono a criticare quella che definivano una “decadenza” dei costumi.
Indubbiamente, comunque, se è vero che anche i Romani giunsero sostanzialmente ad accettare l’omosessualità tra un uomo adulto e un adolescente, è anche vero che questa, ufficialmente, continuò ad essere sanzionata dalla legge. Indurre ad un rapporto omosessuale un adolescente che fosse cittadino romano era un grave reato: se questa norma venisse poi applicata rigorosamente è difficile da dire ma, leggendo gli esempi portatici dalla letteratura romana, ci sembra di poter dire di no. Si pensi, ad esempio, al Satyricon di Petronio, dove il giovane Gitone è conteso dal protagonista e un suo amico (tra le edizioni più recenti dell’opera di Petronio Arbitro, posso consigliare quella del 2004 della casa editrice Giunti, a cura di M. Scarsi, oppure quella dell’Einaudi del 2003 con testo latino a fronte). E comunque, esistevano, come in Grecia, numerosi e fiorenti bordelli maschili dove lavoravano, loro malgrado, molti giovani adolescenti, ovviamente schiavi.
Allo stesso tempo, peraltro, i Romani era più disponibili verso l’omosessualità tra partner di simile età: probabilmente si può affermare che i Romani erano poco inclini allo stereotipo greco del rapporto tra erastes ed eromenos, e consideravano l’omosessualità semplicemente
come una possibile pratica sessuale. Condividevano tuttavia con i Greci l’idea che il ruolo passivo fosse, per un adulto, degradante e tale da esporlo allo scherno e al ridicolo. In generale, poi, presso i Romani l’omosessualità, pur quindi tollerata, dove restare un fatto privato.
Nel complesso, comunque, la civiltà romana non ha mancato di tramandarci le vicende di personaggi che si ritiene fossero omosessuali. Così l’illuminato imperatore Marco Aurelio, ma così soprattutto Giulio Cesare ed Adriano. Di Giulio Cesare, in particolare, si dice che fosse un omosessuale passivo, anche se è difficile dire quanto ci sia di vero in questo, poiché tale informazione venne ampliamente utilizzata dai suoi oppositori politici (Cicerone in primis) per denigrarlo, accusandolo di essere una “femminuccia”. Cicerone e Svetonio af
fermavano infatti che Cesare, nel periodo in cui prestò servizio nella provincia romana della Cilicia, ebbe una relazione omosessuale con il proconsole che governava la provincia. Ancora anni dopo, ritornato a Roma, i senatori usavano spesso denigrare Cesare ricordando la sua abitudine, forse presa in Oriente dove non era così rara, di depilarsi le gambe.
Di Adriano, poi, si ricorda la sua storia d’amore con il giovane Antinoo: i due furono inseparabili per alcuni anni, fino a che il giovane, all’età di 19 anni, morì annegato nel Nilo, in circostanze poco chiare (forse fu un suicidio).
7. Il lesbismo nella civiltà classica
Molto scarse sono le notizie di cui disponiamo sull’omosessualità femminile. È vero che una celebre poetessa, Saffo, dedicò molte poesie all’amore lesbico, ma in generale la società maschilista della Grecia classica lasciava poco spazio alla socialità femminile. È tuttavia possibile che il fenomeno fosse comunque diffuso, per imitazione del comportamento seguito dai coetanei maschi. Probabilmente la mancanza di fonti è dovuta ala generale scarsa attenzione del mondo classico per il mondo femminile.
Sappiamo però che una particolare categoria di donne, le “hetairai”, le uniche donne greche che erano ammesse ad un ruolo pubblico, sembra fossero prevalentemente lesbiche. Si trattava di cortigiane professioniste, dotate di buona istruzione, e alle quali era permesso partecipare alla vita sociale e politica delle città greche. Taluni autori le definiscono “prostitute di lusso” ma in realtà sembra che non fossero loro richiesti servigi sessuali. Piuttosto, sembra che servissero gli uomini più influenti come consigliere, organizzassero i preparativi per le feste e intrattenessero gli ospiti, chiacchierando e discutendo con loro anche di affari importanti. In ogni caso, ne sappiamo troppo poco per fare affermazioni certe.

8. L’evoluzione dell’omosessualità nel mondo classico
Non sembra azzardato affermare che la posizione dell’omosessualità nel mondo classico sia cambiata nel corso del tempo. In particolare, sembra che verso l’VIII secolo, specialmente presso le tribù doriche (Sparta), si sviluppa un atteggiamento entusiastico verso l’omosessualità, testimoniato dalle iscrizioni degli adolescenti di Santorini. Prima di allora, sembra che l’omosessualità non ricoprisse un ruolo così rilevante nella vita dei giovani uomini, né nella civiltà micenea, né in quella minoica (Creta).
La successiva evoluzione sembra abbia portato ad istituzionalizzare il rapporto tra un adulto-maestro (erastes) e un amante-allievo adolescente (eromenos), un’istituzionalizzazione più forte sempre presso le città originariamente colonizzate dai Dorii (Sparta), dove questa forma di omosessualità era caricata di forti implicazioni sociali e morali.
In seguito, venne sempre più accentuato l’elemento spirituale e intellettuale rispetto a quello meramente sessuale di queste relazioni, nel corso del III-II secolo a.C., mentre la Grecia perdeva l’indipendenza politica, entrando nell’orbita di Roma (e quindi andava scomparendo il concetto del cittadino-soldato che si addestrava ed istruiva nei ginnasi), vengono meno le implicazioni socio-culturali della pederastia classica, che si trasforma sempre più in un semplice orientamento sessuale. Parallelamente, viene sempre più messo in evidenza il puro sentimento amoroso verso i ragazzi, rispetto agli ideali educativi.
9. Ipotesi esplicative
È difficile dare una spiegazione esauriente del perché in Grecia l’omosessualità fosse così ben accetta, almeno in alcune sue forme. Possiamo dunque presentare alcune ipotesi esplicative:
• L’omosessualità tra adulto e adolescente come rito d’iniziazione – il rapimento degli adolescenti in uso presso le tribù doriche di Creta può essere inteso come un rito d’iniziazione all’età adulta. Del resto riti d’iniziazione, anche con implicate attività sessuali o omosessuali, si riscontrano pure in altre civiltà primitive (ad esempio sono stati osservati in Nuova Guinea), e a suggerire questa interpretazione è anche il fatto che non erano ammessi come eromenoi i ragazzi impuberi;
• La struttura divisa per classi d’età delle tribù elleniche – sappiamo che presso le originarie popolazioni elleniche che invasero la Grecia dal XIII secolo a.C. (soppiantando la cultura micenea ormai già in declino) esisteva una rigida ripartizione della popolazione in classi di età, che forse avrebbe favorito il diffondersi dell’omosessualità basata sulla pederastia, ma anche la diffusione dei modelli educativi basati, come a Sparta, sulla vita comunitaria di adolescenti coetanei, ambiente forse ideale per lo sviluppo e la sperimentazione di una sessualità orientata verso lo stesso sesso;
• Segregazione dei sessi – la società greca vedeva la netta segregazione delle donne, esclude dalla vita sociale e pubblica. Questo, rendendo difficile l’accesso dei giovani maschi alle coetanee, potrebbe aver creato un contesto favorevole alle relazioni omosessuali maschili. In questo senso, può essere utile il paragone con il mondo islamico dove la segregazione della donna convive anche con una diffusa bisessualità soprattutto tra i più giovani;
• Contenimento demografico – William Percy (cfr. fonti dal web) sostiene che l’omosessualità si sarebbe diffusa e istituzionalizzata in Grecia in concomitanza con l’esplosione demografica avvenuta attorno all’VIII-VII secolo. In una società minacciata dalla sovrappopolazione e dalla penuria di generi alimentari (a causa di un’agricoltura ancora arretrata), l’omosessualità si sarebbe rivelata utile per contenere le nascite, in particolare perché permetteva di spostare avanti negli anni l’età a cui mediamente gli uomini iniziavano a crearsi una famiglia. Su quest’ultimo punto non ci sono dubbi: Platone raccomanda, ad esempio, un’età piuttosto vicina ai 40 anni, comunque in generale gli uomini greci si sposavano oltre i 30 anni, e tenuto conto di un’età media piuttosto bassa, è probabile che il periodo “fertile” maschile, utile per procreare una discendenza, doveva essere di non molti anni, limitando così la prole. Ad esempio, sembra in effetti che nelle famiglie greche, al contrario di quelle romane, fosse raro che un uomo adulto avesse un fratello. In ogni caso la tesi di Percy sembra piuttosto discutibile, perché presuppone un “progetto consapevole” di riduzione delle nascite attraverso l’omosessualità, che sembra poco credibile in una società che non fosse già stata predisposta positivamente verso l’amore omosessuale. Di conseguenza, questa tesi non chiarisce il problema.

Conclusione
Concludendo, il modello teorico, citato nella letteratura classica, dell’amore omosessuale greco, è quello della relazione tra erastes ed eromenos. L’evidenza documentale ed archelogica indica però un panorama molto più complesso, e l’esistenza, seppur minoritaria, di relazioni omosessuali paragonabili a quelle del mondo contemporaneo. La società greca doveva in ogni caso favorire un ambiente adatto alla sperimentazione, da parte di adolescenti, di relazioni omosessuali. Per quale motivo nella civiltà greca l’omosessualità abbia ottenuto un così importante ruolo sociale è tuttavia una questione ancora aperta.
Fonti webografiche:
www.oliari.com
www.androphile.org
www.usc.edu
Omosessualità
Miti greci (per i miti greci)
Gay History 2
Glbt history: greek love
Divinità greche
Connel O'Donovan
Sexual customs of the Greeks di William A. Percy (cliccare su: “Greeks. Sexual customs… […]”)
www.uwo.ca/pridelib/14
www.uwo.ca/pridelib/15
www.alalba.it
Pederasty