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Titolo: Vergogna

Fanfic NC 17 - Vietata ai minori

Autore: Lago
Personaggi: Bagoa, Alessandro, Efestione
Genere: Noir, Romance
Warning: NC-17
Capitolo: 1
Pubblicata: 11/03/2005
Ultimo aggiornamento: 11/03/2005
Completata:

 

L’aria è torrida.
È ipnotica, ingannevole, quest’aria indiana. Invade la stanza, attraverso la porta spalancata sul terrazzo. Si avvolge come un pesante arazzo alle pareti, al mobilio, contornata dal frinire di animali sconosciuti. L’afa brucia nei cervelli dei soldati, in questa terra ignota, discioglie le barriere della ragione. Brucia ogni pensiero razionale, brucia tutto. Il caldo e la paura, assolvono ciò che non dovrebbe mai restare in libertà.
“Tu… tu sei ubriaco.”
Mi sta fissando. I suoi occhi azzurri sono immensi, due laghi. Due polle di sublime confusione. Il chiaro cielo dell’India li ha invasi, è il suo colore che li tinge, giorno dopo giorno, tramutandoli in suoi emuli perfetti. Ma ora non è qui.
Io rido.
È così ingenuo, il mio Efestione. Mi domando alle volte se questa sua innocenza non sia una presa in giro, se non aprirò un giorno gli occhi per scoprirlo al mio fianco con scolpito in viso quello sguardo freddo e spietato che ho talvolta colto nei miei specchi.
Fantastico, alle volte, di schiudere le palpebre, dopo una di quelle notti in cui la sua gola è stata consumata dalle urla, e trovarlo ad ergersi sopra di me – nudo e selvaggio come il più bello dei traditori – un pugnale dalla lama affilata stretto fra le mani. Pronto a porre fine alla sua schiavitù.
Poiché se una cosa è certa è bene questa – di una schiavitù si tratta. Egli è infatti schiavo di me, dei miei desideri, della mia volontà, e fors’anche del mio potere. Così come io sono suo schiavo, io, l’Imperatore, schiavo del suo corpo, schiavo dei suoi occhi, schiavo della sua mente brillante, della sua prudenza come del suo abbandono…
Ed è questa reciproca schiavitù ciò che è scaturito dal nostro passato trascorso in comune, dall’intreccio che le nostre esistenze hanno creato. Questo, questo è ciò che si è tradotto nell’amore che mi lega a lui, indispensabile e spietato – come nell’odio che mi attanaglia quando anelo ad una Libertà che in fondo non sono certo di volere.
È questo che trova sfogo nelle notti di tenerezza e di passione, nei corpi avvinghiati l'uno all'altro come l'ultima parvenza di salvezza, nei giuramenti sussurrati fra gli ansiti e gli abbracci - così come è questo legame che forza le mie membra ad afferrarlo con una violenza che la sua pelle non dovrebbe mai subire, è questo che s'esprime al meglio in legacci, umiliazioni. Non ricordo come cominciò, ma fu l'Odio a generare quelle notti di dolore, di vergogna, di violenza e di parole crudeli. Le notti di lacrime, suppliche e selvagge risate.
Erano le notti in cui i fratelli si voltavano le spalle, gli innamorati si accoltellavano, gli amanti abusavano l'uno dell'altro come delle più insignificanti puttane. Erano le notti dell'austero Imperatore e del suo giovane Servo. Le notti del Re innamorato e del crudele, bellissimo Schiavo.
Erano le notti in cui rancori senza nome venivano vomitati fuori in un baccanale di violenza e sangue, soffocati in un sesso malato, sregolato, dove ognuno puniva se stesso, nel profondo, tramite il dolore di colui che amava... e gioiva, nel contempo, torturando colui che odiava, con tutto il proprio essere.
Era il dolore.
Era la Vergogna.
Erano le nostre notti, come noi le creavamo. E sono le notti che continuiamo a condividere, senza poter immaginare di farne a meno.
Mi verso l'ennesimo bicchiere. Bevo.
Non ho alcuna fretta, non ancora. La notte è oscura, intrappolata nei drappeggi della stanza, in una promessa di eternità. I broccati pesanti, le sete damascate, invischiati in un buio che li impregna, li satura.
"Spogliati."
La luce di due solitarie candele rende la sua pelle ancora più scura, la sua ambra intensa quanto il più selvatico dei nettari. Inebriante, il suo profumo, pregno di un'ebbrezza che percepisco avvolgermi la mente, appannandola.
Mi guarda solamente, non questiona, non protesta. Nulla. Esita soltanto.
È questo il momento in cui realizzo - lui non sarà capace di farmi del male, mai. Non sarà lui ad uccidermi. Non scivolerà furtivo fra le ombre di una notte ancora da crearsi per diluire un mortale intruglio nella coppa del mio vino, no.
E questo, in gran misura, mi addolora. Quale morte migliore, infatti, che morire per mano del mio dolce Efestione? Quale ultimo, inarrivabile ruolo migliore dell'essere il tramite della sua definitiva caduta dalla grazia?
Scosta con lentezza i lembi del suo abito, verde come le acque dei fiumi che abbiamo traversato, come gli smeraldi carpiti ai popoli che abbiamo aggredito. Siamo colpevoli, io e lui, io e questi soldati, io e la mia famiglia, io e la mia civiltà. Sono un colpevole, io, per tutti coloro che ho trascinato con me. Ed è il verde, il colore della mia condanna. Non riuscirò mai a non tremare quando intravedo il suo splendore.
Vorrei domandare ad Efestione se indossi quella veste di proposito. Se riesca a percepire i fremiti della mia anima quando quel colore punta l'indice accusatore contro la mia nuda coscienza. Ci sarà tempo.
Déi. E come potrei non tremare ora, dinnanzi alla sua carne, nuda ed abbronzata, dinnanzi a quel suo corpo scolpito del marmo più pregiato, mentre si erge nella penombra, lasciando che le luci accarezzino i suoi muscoli, contornandoli di ombre sibilline?
Si volta verso di me, senza tentare di nascondere la sua incantevole nudità. E perchè dovrebbe? Il suo corpo mi appartiene, la luce che lo avvolge lo può toccare solamente per mia regale concessione. I suoi occhi bruciano, arginati a malapena dalla linea nera del kajal, quella linea che mi fa impazzire... come lui sa fin troppo bene. Riesco a vedere, infatti, i dipinti sul suo corpo - un intricato arabesco che si artiglia alla sua spalla, scivolando a lambire il bicipite in tensione – lame, che aggrediscono il suo fianco, e che lui sfoggia con fierezza e con ferocia, come la belva che sa diventare.
Déi, lo amo. Apollo, maledicimi ed invidiami, poichè ho colui che turba le tue notti, e che non potrai avere. Egli è mio! Lo osservo respirare, per un istante che si dilata ad inglobare secondi, minuti, Tempo che si piega al mio volere grato di essere speso a contemplare cotanta meraviglia. Il petto di Efestione è già velato da uno scintillio di olii, ed il mio sguardo lo percorre con lascivia, simile ad una carezza spudorata. Spudorato, sì, mentre senza imbarazzo scivola giù, fra le sue gambe, a vezzeggiare quel suo membro già turgido di eccitazione.
"Vieni qui, Efestione."
Quanto amo pronunciare il suo nome. Efestione, la divinità alla quale immolerò un giorno me stesso. Efestione, il dio che possiede tutto di me, il mio potere, la mia ragione. Il mio Efestione.
Ho un dio nudo in piedi al mio cospetto, pronto ad inginocchiarsi non appena glielo accenno. Schiudo le gambe, mentre mi fissa, dritto negli occhi, con quei gelidi laghi in cui sarei grato di morire, annegato nel più splendido oblio si possa immaginare. Abbassa lo sguardo, poi, mentre sollevo una mano a cingere il suo collo, arruffando la spessa chioma scura.
Mi può vedere, fra i lembi della veste. Lo sorprendo a leccarsi impercettibilmente le labbra, prima che la sua mano scivoli lungo il suo stesso fianco, inconsciamente dirigendosi verso il centro del suo essere-
VIOLENZA, mentre gli afferro la nuca in una morsa repentina, mentre sbatto giù il suo volto, su di me, sulla mia carne rovente, mentre gli riempio la bocca col mio corpo, senza domandare permesso, senza lasciarlo respirare, senza nulla. Succhiami, Efestione, succhiami come se da questo dipendesse la tua vita. Forse è così, forse ti ucciderò se non mi darai abbastanza piacere, lo sospetti, non è vero? Lo puoi immaginare, quello che io... che... unnnh... per gli déi, piccolo Efestione... come hai potuto diventare co... ah... così...
Mi accoglie, Efestione, come la più abile delle puttane mi accoglie nel suo corpo, nella sua gola, nonostante la mia mano lo intrappoli, impedendogli qualsiasi movimento. So di essere grosso, forse troppo, per lui, ma se pure è così egli non lo dà a vedere, lecca e succhia con una tale abilità da strapparmi il respiro dai polmoni, da rendere difficile anche solo l'atto di pensare. La stanza si è dissolta intorno a me, esiste solo il riverberare fioco delle candele nei miei occhi semichiusi, esistono i suoi capelli folti stretti fra le mie dita, esiste la sua bocca su di... su di me, oh, DEI!
Mi inarco all'indietro, spingendo con forza nella sua gola, accecato dal piacere, spingo ancora, e poi ancora, prima di prendere coscienza delle sue mani premute sulle mie cosce, quelle mani che mi forzano, che cercano di allontanarmi. Lo libero, da quella presa che si era fatta inconsciamente troppo forte, lo osservo farsi indietro con il volto arrossato, le labbra umide, imperlate da un filo di liquido opalescente che fa per ripulire con la mano. Lo fermo, afferro il suo polso a mezz'aria, e lo uso per strattonarlo a me, cingendo il suo torace con il braccio libero, avventandomi sulla sua bocca, invadendola come prima l'ha invasa il mio pene, rimarcando chi è il suo padrone: io.
Lo allontano, poi, quasi lo spintono via da me.
Lo comando verso il letto, stendendo imperiosamente la mano. Ed egli non esita ad obbedirmi, voltandomi il fianco nudo, scrollando la sua folta chioma all'indietro mentre protende le mani a scostare i pesanti tendaggi del baldacchino. Il suo volto, inclinato verso la spalla, gli occhi sensuali, le labbra socchiuse... è una visione, una visione che si congela in un incredula, amara sorpresa nel momento in cui scorge il corpo adagiato con mollezza fra i cuscini. Lo osserva, le sopracciglia corrugate in un cipiglio a dir poco sublime. Posso indicare con esattezza l'istante in cui i loro occhi s'incrociano, in cui il riconoscimento prende luogo; poichè le iridi di Efestione si espandono d'un tratto, ed egli si volta subitaneo verso di me, oltraggiato, serrando nel pugno con violenza la stoffa dei tendaggi. I suoi muscoli vibrano di sdegno, mentre la sorpresa va svanendo in una rabbia che ha come radice l'impotenza.
"Efestione," lo precedo, cercando di non far trapelare il sorriso che maligna nel mio cuore. "Voglio che tu giaccia insieme a lui."
"Sei un folle!" Mi aggredisce, la fierezza della sua ira ben vivida negli occhi. Io ti domerò, Efestione, è un giuramento che faccio dinnanzi agli déi. Io ti piegherò al mio volere. Non sarà questa la notte in cui saprai ribellarti.
"Sdraiati."
Il mio comando cade in un arrogante silenzio, un'aperta sfida alla mia supremazia. È ciò che mi aspettavo, e non riesco a trattenere un ghigno alla futilità della sua resistenza. Sollevo la mano che reca il suo anello, quell'anello che riluce ora debolmente, riflettendo le esili fiammelle delle candele.
"Obbediscimi, Efestione."
Non accetterò un rifiuto, un'insubordinazione. Sono il suo Imperatore, il suo generale, signore e padrone; ed è obbedienza ciò che egli mi deve. Cieca, fino a morirne, se necessario. Sta a me. Io decido.
Mi fissa, m'incendia con i suoi occhi roventi, ma con lentezza s'inginocchia su quel letto, gattona fino a sovrastare il corpo dorato di Bagoas. Questi si tende, sornione e soddisfatto dall'offerta, protende la mano a saggiare il fianco asciutto di Efestione, carezzare la sua coscia ben tornita.
"FERMO!"
Il mio non è un grido, è un ordine. Un ordine che pretende di essere eseguito.
Bagoas ritrae la mano come ustionato.
"Efestione," inizio. Posso sentire gli occhi di Bagoas bruciare sulla mia pelle, sulla mia faccia, mentre tenta di esplorare nella mia mente, di comprendere fin dove lo lascerò libero di spingersi. Non temere, mia amabile puttana. Ti darò ben più di quanto tu possa mai avere immaginato.
Il mio dio ha gli occhi freddi, gelidi. Mi sta sfidando. 'Non oserai,' ecco cosa mi sta sussurrando.
Non oserò..?
Io non sorrido.
"A faccia in giù. Adesso."
Non sbarra gli occhi, il mio Efestione. Non ha paura, o se pur l'ha, non me la mostra. Non crede fino in fondo a ciò che sta accadendo. Mi accontenta, poggia il volto fra i cuscini d'oro e di rose, le mani a sorreggerlo all'altezza del petto, carponi. Non pensa che io lo possa fare per davvero, non è forse un delizioso ingenuo? Non dovrei sorridere e raggiungerlo, e farlo mio con la dolcezza che una silfide soltanto si potrebbe meritare?
Poco discosto, in una nicchia oscura fra i tendaggi, si spande vago un aroma speziato, intenso, ipnotico. Arrogante, Bagoas, che scorre una mano sul proprio corpo con destrezza, che raccoglie altro olio e si riveste del suo liquido tepore.
Adesso è pronto.
Annuisco, senza bisogno di parlare, allo sguardo indagatore che mi lancia. Con la grazia di un felino avanza fra i cuscini. La seta fredda sibila piano al suo passaggio, tradendo la sua leggerezza.
Efestione non si volta.
Bagoas si allunga sul suo corpo, lo ricopre con il proprio. Le sue mani vanno ad intrappolare i fianchi di Efestione, strette sulle lenzuola, una gabbia alla quale il mio dio non potrà sfuggire. L'eunuco dalla pelle dorata abbassa il volto, sfiorando le scapole di Phai con le labbra, lasciandovi ricadere la cortina nero corvo dei propri capelli. Vedo distintamente Efestione tremare.
Sì. Déi, sì.
Bagoas si spinge lentamente all'indietro, stendendo le braccia. Abbassa brevemente gli occhi, osservando le natiche di Efestione, stabilendo i propri movimenti.
I suoi pugni si stringono sulle coperte.
Spinge.
La testa di Bagoas scivola all'indietro, ogni istante del suo godimento si riversa dentro di me, amplificato, mentre si lascia catturare dal corpo del mio...
Efestione..!
Sta per stracciare la stoffa stretta fra le sue dita. Affonda il volto in un cuscino, lo vedo tendersi, tendersi, vedo i muscoli del suo collo stirarsi mentre spalanca le labbra, sento le tracce dell'urlo che non è riuscito ad inghiottire.
D'istinto, forse, fa forza sulle braccia, solleva il viso, quanto basta perchè io lo veda, nella luce soffusa, veda il lucido sudore che lo sta imperlando, ed è quello il momento in cui Bagoas ondeggia all'indietro, per poi immergersi nuovamente in lui - gli occhi di Efestione si serrano, la sua bocca aperta in un ansito, un respiro strozzato, la fronte corrugata, dèi, è meraviglioso... dèi... e Bagoas raccoglie l'invito scolpito nei miei occhi, oscurati dalla lussuria, e che non ha perduto di vista per un momento. Si porta indietro, poi rientra, il suo gesto tinto ora di violenza, una sensuale violenza che fa gemere Efestione, gli fa abbassare il capo, contrarre ogni muscolo, schiudere le labbra in un osceno ansito.
Divampo, in fiamme. L'eunuco continua, scosta gli occhi dal mio volto, porta una mano al petto di Efestione. Continua a spingere, disteso sulla schiena del mio dio, più simile ora ad una tigre che in ogni altro amplesso io l'abbia mai ammirato.
I respiri del controllato Bagoas si avvolgono ai gemiti spezzati di Efestione, è forse questa, la musica che Apollo crea fra le sue dita? È forse questo ciò che odono gli Déi radunati al più sontuoso dei banchetti?
E quale migliore banchetto di questo, quale libagione incantevole quanto Efestione, Efestione che geme, Efestione che inarca la schiena, Efestione in balìa del proprio corpo...
Sono geloso. Come uno schiaffo, la rivelazione. La sensazione è amara, metallica. Torce le mie viscere, rinfocola la mia rabbia. Sono geloso, geloso dell'abbandono di Efestione, geloso della sua rassegnazione, geloso del suo corpo, del suo splendido corpo, sono GELOSO! Ma... cos'è, questo dolore, questo spasmo lancinante che sto provando, cos'è mai al paragone dell'umiliazione che sta straziando il volto del mio dio, il mio amore? Cos'è, questa mia piccola sofferenza, a confronto del dolore che sta provando Efestione? Schernito, usato. Da me. Ceduto come il più insignificante dei fantocci per il piacere di una misera puttana. Ed è questo pensiero che mi colma di malsana eccitazione, che spinge il mio sangue ad accelerare la sua corsa, che fa pulsare quasi dolorosamente il mio sesso gonfio. Devo toccarmi. Dèi, devo toccarmi, mentre incido a fuoco nei miei occhi il suo tormento, la sua vergogna...
Bagoas, il moro Bagoas ha avvolto la mano intorno al sesso di Efestione, lo carezza con voluttà, lo tormenta, lo... gli dà piacere...
"BAGOAS!" Il mio ruggito lo colpisce, fermando i suoi movimenti, facendogli sollevare di scatto la testa.
"Non poggiare le tue luride dita sul suo corpo. Sbattilo, sbattilo e basta. O ti trancerò le mani di persona!"
Obbedisce, il mio Bagoas. E spinge, appoggia nuovamente le mani sul materasso e spinge, spinge, scopa il mio piccolo Efestione con la ferocia di una belva. Soffri, comando silenziosamente, abbeverandomi alla vista. Soffri, mio Efestione, soffri!
Ma geme più forte, Efestione. Ricompensa ogni violenza dell'eunuco con un gemito più rauco, più sensuale. Ogni suo respiro è ora tinto da un lamento appena percettibile, un richiamo, un invito, mentre allarga le ginocchia per poter strofinare il suo sesso rovente contro le lenzuola. Oh. Oh, dèi. È così - così maledettamente osceno. Ti amo, Efestione, vorrei gridartelo, mentre i capelli ti si spargono sul viso, mentre ansimi, cercando il tuo piacere, spingendoti verso colui che ti ha violato. Non lo comprendi, ora, ciò che stai facendo. Hai ceduto, stai godendo dell'oscena situazione alla quale ti ho costretto, sapendo che io ti sto guardando. Sei un abominio, Efestione. Ti eccita, sapermi qui. E io ho fatto di te ciò che sei, e ne sono incantato, ne sono eccitato all'inverosimile.
Non posso costringermi a reagire nemmeno quando Bagoas contravviene al mio ordine, cedendo all tue implorazioni, e torna a toccarti, con forza, strappandoti le grida più dolci che io abbia ma udito. Come biasimarlo. Sa di correre un grave rischio a sfidare il comando del suo Imperatore. Ma è questo il più grande omaggio alla tua bellezza, Efestione. Come potrebbe, anche confrontato alla minaccia della morte, resistere alla tua disperazione, alla tua brama di piacere...
Gli doni i tuoi gemiti. Gli doni i suoni più erotici che un essere umano abbia mai avuto il privilegio di ascoltare - poi, quel sussurro. Quel sussurro che ti costerà probabilmente la vita.

"Bagoas..."

Come... come OSI!
La pagherai. Te lo giuro, lo giuro sulle fondamenta dell'Olimpo. La pagherai.
La furia esplode nel mio petto, divampa, scatena un incendio incontrollato, incontrollabile. Ma non riesco, non riesco a strappare i miei occhi da quella visione. Lui, pur sotto il mio dominio, sta godendo delle azioni di quell'eunuco? Lui, pur essendo MIO, sta pensando a BAGOAS?!
Sono in piedi, copro in un batter di ciglia la distanza che mi separa da quel letto. Ma è tardi, tardi per ciò che volevo impedire, lo comprendo quando vedo Bagoas tremare, quando solleva la testa e fissa i suoi occhi traditori nei miei, prima di abbandonarsi alla dissolutezza del suo piacere, prima di irrigidirsi, mentre -
Lo afferro, lo strappo via da Lui, lo scaglio indietro, sul letto, al suolo, non conta - e mi avvento su Efestione.
Lo afferro per la sua lunga chioma, gli torco la testa all'indietro con violenza - non m'importerebbe di spezzargli il collo, ora. È stravolto, ansima. Il suo volto sudato si contrae in una smorfia di dolore.
Sono furioso
"BAGOAS?!" Gli grido, "Come osi chiamare il suo nome? Tu sei mio, Efestione, mio! MIO, non lo devi dimenticare mai, nemmeno per un istante!"
Lo afferro, accecato dal furore, lo prendo. Lo monto come un animale, facendolo sibilare. Sono pronto a crogiolarmi nel suo urlo di dolore, lo bramo, lo esigo, mentre lo sbatto con tutta la violenza di cui sono capace. Ma lui mi nega la sua voce, morde un cuscino, morde le proprie labbra, per non farmi udire le sue grida, i suoi gemiti. Quei gemiti che ha appena regalato a Bagoas.
Perdo la testa. Il suo calore, il piacere che grida nel mio corpo come un'aquila, librata verso altezze impenetrabili. Mi lascio travolgere. Nella mia mano è comparso il legaccio di seta della veste, è così semplice farlo scivolare intorno alla sua gola. Lo afferro nuovamente, lo stringo nella mia mano, lo torco e tiro.
La testa di Efestione è forzata all'indietro, lo vedo lottare per afferrare il laccio, per liberarsene. Ma non può sollevare le mani su cui si sta reggendo, o ricadrebbe, strangolandosi da sè. È in mia balìa.
Gran Dio, sì. Unnnh...
Mi chino su di lui, respirando dei suoi ansiti spezzati, degli scatti di tosse soffocata. Lascio che la mia voce scivoli al suo orecchio, sibilando, minacciandolo, "Chiama il nome di Bagoas, amore mio. Chiamalo ancora, se t’azzardi. Osa un'altra volta provare piacere pensando a quell'eunuco, e ti giuro che morirai. Vi ucciderò entrambi, con le mie stesse mani."
Efestione deglutisce, stringe le palpebre. Sforza parole fuori dalla sua gola in fiamme. "Sei stato... tu... a volerlo."
"Tu non PUOI provare piacere con altri!" grido. Non m'importa di suonare assurdo, lui è mio. E sono io che decido ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quando lo desidero! "Guarda come sei ridotto," proseguo con disprezzo. "Provare piacere facendoti scopare da una qualsiasi puttana. Chiamare il suo nome..."
"Mi hai voluto tu così." Il suo volto è saldo, ora. Crede in ciò che dice. Ma io so di avere vinto.
"E la tua decadenza è il mio piacere più grande, dolce Efestione."
Tossisce, mentre lo tiro a me con più violenza. Premo dentro di lui senza pietà, senza ritegno. Ritorco il legaccio, gioendo dei suoi spasmi.
"La mia decadenza... sarà la tua rovina..."
"Sì, lo sarà. Precipiteremo insieme, Efestione. Mi attenderai negli inferi?"
Non parla, la mia divinità, non riesce. Respira forte, ansima, cercando disperatamente di sopravvivere. Un ringhio, basso, tutto quello che riesce ad articolare. "No."
"PUTTANA!" Urlo, strattonandolo all'indietro, "Dimmi che mi attenderai! Dimmelo!"
"Le puttane non... stanno allo stesso.... inferno.. dei re..."
Per Menhit, Efestione, non mi sfidare. Non mi negare la tua promessa. Parlami, dillo, Efestione, dillo, "Dimmi che mi attenderai! DIMMELO!"
"Mai, Alessandro!"
La mia condanna, la mia distruzione, no! "Per gli Dèi, Efestione!" Lo minaccio, un'intimazione, mentre serro il legaccio nel pugno, mentre lo faccio affondare nel suo collo muscoloso. "Dimmelo! Dimmelo, giura che mi aspetterai!"
Un singhiozzo. Uno spasmo violento nel mio petto, un dolore lacerante, Déi, la PAURA! Stringo, lo tiro a me, crollo su di lui, non riesco più a gridare. Sto piangendo, Dèi, non voglio. Non voglio! Non voglio morire, non voglio aggirarmi da solo per l'Ade, ti imploro, Efestione, non abbandonarmi. Non condannarmi ad un'eternità senza di te, posso perderti in vita, ma nella morte, per sempre, devo averti con me! Ti supplico, dimmi che non mi lascerai. Ti imploro!
Lo sento tossire, sento il suo corpo scosso da convulsioni, mentre lotta, lotta per respirare. Le sue mani combattono frenetiche con il laccio di seta, quel laccio che lo strangola, ormai troppo stretto. Mi abbandono sul suo corpo, lo stringo fra le braccia, con disperazione, lo catturo, per non lasciarlo andare mai più. "Ti prego, dimmi che mi aspetterai. Ti prego, non lasciare che io vaghi solo per l'Ade. Ti prego, ti imploro, non lasciarmi, non lasciarmi mai..." lo ripeto, e ripeto, fra singhiozzi che non hanno nulla di regale, nulla di umano. Ripeto il mio canto, la mia supplica, la mia preghiera, abbandono il laccio, lo sento respirare convulsamente, strapparlo via dalla sua gola. Si afferra il collo, soffoca conati, schiacciato dal mio corpo sopra il suo, nella cantilena delle mie suppliche.
"Sì, sì." Piange. Rantola, il corpo scosso da sussulti, la voce incrinata da singhiozzi, Dèi, l'ho quasi ucciso, "Sì, ti aspetterò, ti aspetterò per sempre..."
Déi, Déi, l'ha detto. Sono salvo da un'eternità di solitudine, dal brancolare nel buio per l'infinito, senza di lui.
Lo stringo, lo stringo con tutta la mia forza. Lo amo, lo amo, ricopro il suo collo di baci, "Efestione," sussurro, lo carezzo, riprendo a muovermi dentro di lui, piano, cercando di scacciare la paura con la sua dolcezza, con il suo respiro, con il suo calore.
Lo sento gemere, rispondendo suo malgrado al mio corpo. Il mio corpo, mentre affondo in lui, per salvare la mia vita, questa notte. Per distruggere la mia ragione.
"Efestione..."
Posso lasciare che il suo corpo la inghiotta, come le impetuose acque verdi dei fiumi dell'India -
Posso trovare la mia verità , costruire il mio mondo - posso tutto - sentimi, Efestione... senti tutto di me. Prendimi, avvolgimi, accogli la mia paura... prendila, Efestione, nascondila nelle tue profondità, non lasciarla andare, mai più. Non farmi più temere... accoglimi, Efestione, puoi sentirmi? Puoi sentirmi, puoi capire tutto questo, mentre ti afferro, mentre m'immergo nel tuo corpo, ora, sei mio, Phai, sei mio, SEI MIO, sei... soltanto...
...mio...

Ho abbandonato i suoi fianchi, il suo calore. Crollo, accanto a lui, ansimo. Riprendo fiato.
La Tenebra. È calata su ogni mio pensiero. Uno sprizzare di colori laceranti, poi il Buio.
Ansimo.
Gli occhi di Bagoas. Sono fissi sul corpo di Efestione. Lo stanno divorando, lo stanno accoltellando, lo stanno straziando con la fredda malvagità di un Mont.
Lo comprendi, stupido Bagoas? Lo comprendi, ora, perchè non resto mai con te, dopo averti preso, quelle sere in cu ti cerco? Ma certo, l'hai sempre saputo. Ed ecco la ragione del tuo astio, di quei tuoi occhi che lo stanno sezionando, ardenti dal desiderio di smembrarlo.
Poi, con la sveltezza di due serpi, schioccano urticanti sul mio volto.
Odio, odio, odio. Odio ad uno stadio tale di purezza da far invidia ai più preziosi, crudeli smeraldi.
Ed io...
Sorrido.
Necessito appena di smuovere la mano, accennando vago al corpo che ho vicino.
"Avanti, mia bellissima puttana. Accogli i miei avanzi." I miei occhi scintillano. "Fa' ciò che sai fare meglio."
Lo sguardo di Bagoas lampeggia, e per un solo, irrazionale istante, temo che stia per avventarsi su di me, o su Efestione, e dilaniarci.
Obbedisce. È il suo mestiere. Il suo destino.
S’ginocchia sopra il letto, afferra le natiche del mio Efestione. E lo lecca.
Bagoas, che inghiotte la mia paura. Quella paura che vi ho riversato.
Quella paura che ora è divisa fra le profondità del corpo di Phai - dove la talentuosa lingua di Bagoas non riuscirà ad arrivare per carpirla - e quello di Bagoas stesso. Spero che in questi due scrigni possa restare per l'eternità, senza potermi trovare, toccare, mai più.
Ma non era mia intenzione contaminare Phai col mio terrore. Come non volevo forgiare il legame, il legame che da oggi in poi lo unirà a quella puttana. Sono entrambi portatori del mio seme, del seme del mio piccolo bambino.
Il seme del mio Phobos.
Ma no... no, non è così! Non è Phobos, ciò che Bagoas va cercando. Non è Paura, il mio terrore, ciò che porta via con sè, no. È la Luce.
Efestione è questo, in primo luogo. Pura, cristallina luce. Sporca, ora, sgretolata in schegge, ma questa è la sua natura. Ed è questo, ciò che Bagoas gli sta strappando, la sua identità di nuovo Horus, di mio Apollo. Ma in fondo, è questo ciò che ho voluto fino dal principio - strappare ad Efestione la sua luce. Strapparla via, ma non tenendola per me - svendendola, come il più insulso dei gingilli. L'ho donata a una puttana. Ti basta, questo, mio Efestione?
Solo, con la mia paura. La tua identità spezzata, incrinata, se non altro. Sei legato a me, dal vincolo del terrore, indistruttibile. Condannato al mio stesso inferno. Non potrai lasciarmi, mai.
Geme, Phai, sembra quasi stia piangendo. Bagoas ha il volto affondato fra le cosce del mio dio, la lingua a fondo nel suo corpo. Forse questo è troppo. Forse tutto questo è puramente una follia, un tormento inutile, forse -
Ma devo ricredermi, quando Bagoas gli afferra i fianchi, affonda con più forza dentro di lui con quella lingua biforcuta, ed Efestione -
Viene.

Dovrei ucciderlo, ucciderli entrambi. Ma non ho forze. E dopotutto, mi ritrovo a sussurrarmi, è così che deve essere. L'umiliazione di una puttana usata per un malato gioco di potere. L'umiliazione di Efestione, che ha goduto con il corpo di una troia. La mia umiliazione - per non averlo saputo soddisfare, conquistare. Per averlo marchiato come un animale. E nulla più.
Bagoas mi guarda. Il suo trionfo è innegabile, dilaga sul suo volto come una piena inarginabile. L'umiliazione è il suo mestiere, ma ha sconfitto me. Un Imperatore. S'abbevera di gloria, Bagoas, risplende della luce che ha inghiottito, che ha rubato. Abbandona Efestione come il più vuoto degli involucri, e mi guarda. Accenna a muovere verso di me, ma gli intimo di fermarsi.
"Vattene."
Non c'è astio, non c'è sconfitta. Nessuno può permettersi di sconfiggere ME, Bagoas. Imparalo, imparalo ora, una volta per sempre.
"Ma..."
"Fuori di qui!"
Un comando perentorio. Non accetterò risposte.
Bagoas appicca il fuoco al mio volto con uno sguardo lacerante. Lo vedo alzarsi, sicuro nella sua nudità, avviarsi alla porta senza curarsi di vestiti. So che attraverserà così i corridoi, nudo e furente, in cerca di qualcuno su cui rivalersi. Maledicendomi. Prego che gli Dèi non ti vogliano ascoltare, Bagoas.
Efestione giace immoto accanto a me. Mi volto sul fianco, osservandolo. Sta dormendo, forse. Il kajal s'è allargato, un'ombra scura che cinge le sue palpebre chiuse, una sinistra parodia di lacrime. La sua pelle riluce di traspirazione, il suo petto è pesante di respiri. È stanco.
Mi concedo di cogliere fra le dita una ciocca dei suoi capelli. Fragranti, impregnati del profumo che soltanto lui può possedere. Li strofino, con lentezza, regalandomi i lineamenti del mio dio, la perfezione del suo viso.
Non potrò perderlo mai, il mio Efestione. Nemmeno Ade potrà portarlo via da me. Lo ha giurato, lui stesso lo ha giurato. Non devo temere, non temo nulla. Nella vita, nella morte, non conta nulla, non contano più le mie conquiste. L'osannazione degli uomini è mutevole, capricciosa. Ma Efestione - no, lui no. Lui è un Dio.
Il MIO dio.
Ed è lui stesso che ha giurato, mentre ero preda della mia follia, foss'anche solo per salvarsi dalla mia violenza -
Che... che cosa.
La mia mano si stringe pericolosamente nei capelli di Efestione.
Lui ha... giurato, solo per... Sì, grida la Furia, montando nel mio sangue. Sì, lui ti ha ingannato! Ti ha INGANNATO, ALESSANDRO! Lo ha promesso per salvarsi, lui ti abbandonerà! Vagherai per l'Ade solo, solo, solo, solo, nella memoria delle tue conquiste, fra le grida dei soldati morti per la tua brama di potere!
Phobos...
Phobos non lo può contaminare! Egli è Efestione, Horus, la tua luce, la luce, LUCE, come pretendi di farlo tuo con la paura? Lo devi perdere! Lo devi perdere! Lo devi perdere! Lo devi perdere! Tu,
SCONFITTO!
"MAI!"
Un ruggito, mentre afferro il corpo di Efestione, lo strappo via al suo guscio caldo di sonno e di lenzuola, lo trascino verso la finestra spalancata, il terrazzo. Stordito, lui, poi d'istinto si ribella, mi colpisce. Crolliamo a terra, un'impacciata lotta che la mia rabbia in qualche modo riesce a tramutare in un trionfo. Lo sbatto in avanti, sento la balaustra cozzare contro il suo volto, il suo torace.
"Devo averti," ringhio, mentre senza cerimonie entro in lui, nel più bieco degli stupri, recidendo il sonno che lo intorpidiva, come una spada ben tagliente. "Devo averti!" gli ripeto, mentre afferro quei suoi fianchi muscolosi, mentre lo colpisco con tutta la violenza che posso racimolare. Cercando di trovare in questo la mia giustificazione. Cercando di rinsaldare la mia dignità incrinata, il mio orgoglio sfregiato.
"Mi hai mentito," sibilo, "Tu, bugiardo. Tu, puttana! Se tortura interroga, a rispondere è dolore. Sei un vile! Pur di non rischiare la tua vita, mi hai mentito! Hai mentito a ME!"
Parlo, Parlo, lo investo di insulti, delle più infami parole, li ricopro del disprezzo più pungente, più aspro, più artificioso. Più doloroso. Sono io, il bugiardo, io il vile, io che ho paura. Una paura dannata di restare senza te, senza di te, Efestione! Ed è per questo, per questo che ti umilio, per questo che ti accuso. È colpa tua! Tu mi rendi debole, TU! Vengo come in un incendio, come se un vulcano mi fosse esploso nelle reni. Vengo con tutta la disperazione che ho serbato, vengo aggrappandomi al tuo corpo, gridandoti l'ennesimo insulto, l'ennesima bestemmia.
Ti lascio andare.
Ti lascio, barcollo all'indietro, brancolante, aggrappandomi ai tendaggi, al mobilio. Ti lascio scivolare a terra, le braccia strette alle tue spalle forti, ti lascio ansimare.
Fra le mani mi capita il mantello, il mio mantello rosso porpora. Lo lancio nella tua direzione, aderisce alle tue spalle con la pesantezza di un addio. Non lo afferri, non ti avvolgi nella sua stoffa. Non m'importa.
Mi avvicino al bacile che attende sopra un desco, raccolgo l'acqua fredda con la mano. Mi pulisco.
Il mio ventre è imbrattato di sangue, sangue tuo.
Crollo su una poltrona, mi copro gli occhi con le mani. L'aria è calda, sibillina, un vento tiepido bisbiglia nella stanza. Reca con sè i profumi di questa notte indiana, questa notte che ha osservato con discreta approvazione le nostre azioni. Il buio è opprimente, appiccicoso, come un liquore di scarsa qualità.
Ti guardo. Il tuo corpo mi è celato dalle pieghe del mantello, che pur non riesce a dissimulare la perfezione che ti contraddistingue. Il porpora mi appare un cupo sangue, che ti avvolge contrastando con i tuoi capelli scompigliati, e ti si addice ora come mai potrebbe farlo.
La tua vergogna, Efestione. Il mio cibo. Il patetico modo che ho di costringerti ad essere mio, costrizione che non ha ragione alcuna d'essere. So che mi apparterrai, per sempre. Ma sono stato allattato dalla Forza stessa, è penetrata nel mio sangue. Ed alle volte, nemmeno tu puoi riuscire a liberarmene.
Sono al tuo fianco, ora. Ti cingo piano con le mani, ti attiro in un abbraccio senza peso. Poggio il viso accanto al tuo, depongo un bacio sulla tua guancia, sui tuoi occhi, arrossati dalle lacrime.
"Ti amo, Efestione..."
Carezzo i tuoi capelli, cercando di ricomporre quanto ho spezzato, lisciando con cautela la creta della tua fiducia. È colpa mia, stanotte.
"Ed è questa, la vera condanna. Un amore così totale, così esigente. Così invincibile. Così... impossibile."
Lo stringo a me, con tutta la dolcezza che ho, per lui. Con tutta la dolcezza che possiede l'universo. Scosto piano un lembo del mantello, per baciare la sua spalla. La sua spalla decorata, il cui kajal è amaro sulle mie labbra. La più grande delle mie conquiste.
Vorrei baciarlo.
Mi limito a sfiorare le sue labbra con le mie, respirare dal suo fiato, percepire il suo calore. So che ora ci solleveremo, andremo al letto. Ci addormenteremo senza riuscire ad abbracciarci.
Ma per ora, esiste solo il suo respiro.
Solo questo, in tutto il mondo.



Le sete ed i broccati non hanno mantenuto la loro promessa.
La luce è infida, il più sottile dei conquistatori. Fluisce nella stanza, distendendosi in pigre dita affusolate, in lievi veli polverosi. Scintilla debolmente lungo le guance di Efestione, dove le sue liquide gemme sono asciugate, ore fa - e sulle sue labbra, imbronciate in un sonno esausto.
Lo osservo. Sfioro i suoi capelli, arruffati, sparsi sul cuscino, le lenzuola. Mi abbevero alla sua visione, lascio che la mia coscienza ne sia colmata, fino a traboccarne. Tampono con la sua bellezza le ferite che ho inflitto questa notte alla mia mente, ne risano la ragione che ho stracciato, abbandonandomi al delirio.
Egli è il mio memento. Non posso proteggere coloro che amo, è questo ciò che devo ricordare, ciò che ogni volta riscopro con la lucidità che rincontro dopo la pazzia. Egli è il più adorato degli déi, ai miei occhi; ed eppure sta soffrendo, ha sofferto, e ne sono io la causa. Non sarà mai felice, né libero, non potrà mai sfuggire al giogo che lo trascina verso un inferno di battaglie e sangue. Egli segue me. Sarà per causa mia, non lo potrò proteggere.
Ed è questo che mi trattiene dall'innalzarmi ad una follia tanto più distruttrice; il suo supplizio è la salvezza di molti altri. Lui, vittima sacrificale che si offre di sua spontanea volontà, si immola per arginare il mio delirio, per dimostrarmi che c'è un limite, che non posso valicare. È questo, Efestione, un'anima capace di accogliere la mia, con le sue imperfezioni ed i suoi orrori, per rendermela poi purificata, epurata da ogni cieca ed insolente brama.
È il suo dolore, ciò che mi mantiene saldamente ancorato al suolo, ciò che pone il freno ad ambizioni ed ego.
È il modo che ha di rammentarmi che io - Alessandro il Grande -
sono solo un uomo.


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